Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

33ª domenica del Tempo ordinario

I talenti ricevuti da Dio vanno messi a frutto

Ciascun cristiano è chiamato a mettersi in gioco, senza nascondersi

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Anche con la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30) Gesù riesce a spiazzarci. Quando ci sembra di aver rintracciato un filo logico nel ragionamento, quando pensiamo di aver capito cosa ci viene proposto ecco che all'improvviso compaiono parole che rimettono in discussione tutto. Addirittura la proposta, prima logica, ci sembra alla fine diventare inaccettabile.

La parabola è inserita da Matteo nel contesto dal suo grande discorso escatologico (capitoli 24 e 25) e quindi è dominata dal messaggio essenziale della vigilanza. Tuttavia in questi versetti emerge anche un altro tema complementare, quello dell'impegno per far fruttare i doni ricevuti da Dio. Essendo un brano molto conosciuto ognuno di noi lo ha probabilmente sentito diretto a sé; ognuno di noi è stato esortato, almeno una volta, ad usare i talenti ricevuti e a non sprecarli, a non nasconderli. Questa è l'interpretazione tradizionale che molto spesso viene da noi estesa anche alle modalità con cui ci comportiamo nella nostra vita “economica” e con cui cerchiamo di raggiungere il maggior benessere possibile dall'utilizzo dei beni materiali. Ma non dobbiamo mai dimenticare che Gesù con le parabole mette in discussione il nostro comune modo di pensare, ci provoca e ci spinge a prendere una decisione.

Nella prima parte del racconto ci troviamo a nostro agio perché ci sembra logico che il Signore ci spinga a far fruttare al massimo i doni ricevuti e che ci sia il riconoscimento della meritocrazia con il premio maggiore a chi è stato capace di ottenere i risultati migliori. Poi però continuando a leggere la parabola, ci accorgiamo allora di alcuni aspetti un po’ problematici. Al terzo servo, quello rimproverato dal padrone, non viene contestata la mancanza di lavoro e quindi di impegno, ma la mancanza di accortezza nella speculazione: «Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri» (Mt 25, 27). Inoltre la sanzione comminata appare ingiusta. All’inizio, infatti, si sottolinea che questo servo ha ricevuto solo un talento, secondo le sue capacità, egli dunque appare già svantaggiato in partenza e in più alla fine gli viene tolto tutto.

C’è poi un altro aspetto ancora più critico, relativo all’immagine del padrone che noi con facilità identifichiamo con Dio. Egli, infatti, è definito dal servo come «uno che miete dove non ha seminato» (v. 24) e il Signore non contesta tale attribuzione, anzi l’assume lui stesso (v. 26). Infine la frase che ci appare inaccettabile: il Signore dà a chi è nell’abbondanza e toglie a chi non ha (vv. 28-29). Sembra che Gesù contraddica se stesso, il suo ministero e il suo messaggio di liberazione incondizionata dal male. Siamo all’antitesi della parabola degli operai dell’ultima ora, dove l’impegno, la fatica e la meritocrazia non erano presi in considerazione dalla misericordia infinita del Padre.

A questo punto dobbiamo però domandarci se, invece di essere Gesù a cadere in contraddizione, non è il nostro modo di pensare, la nostra propensione a tradurre tutto in termini di interessi e beni materiali, a essere fonte di una errata interpretazione della vita cristiana. Forse Gesù, sia con i talenti che con gli operai dell’ultima ora, non ci vuole parlare di lavoro, fatica, impegno concreto, interessi e guadagni, ma ci vuole parlare di fede, di spiritualità, di relazioni, di coraggio e di creatività. Non è un caso che Matteo abbia inserito questa parabola nel suo discorso escatologico. Ha capito che si sta parlando del senso della vita cristiana.

Tutto ciò ci chiama a metterci in gioco, anche nell’ultima ora disponibile, ad non avere paura e timore e quindi a non nascondere il talento. La conseguenza della paura in questo campo non può essere che il perdere tutto, non in termini materiali ma in vita spirituale. Ed è anche vero che chi ha costruito molto nelle relazioni fraterne e nella propria fede riceverà molto dal Signore.


Le letture della XXXIII domenica  del T. O. sono  Pr 31,10-13.19-20.30-31; dal Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Diocesi di Mantova