Liturgia
Diocesi di Mantova
La pienezza dello Spirito e la solidità della fede

La prima lettura mostra il passaggio da una fede iniziale alla fede matura e confermata. La predicazione di Filippo ha smosso i cuori; con entusiasmo sono state accolte le sue parole e i segni prodigiosi compiuti sui malati: e tuttavia non è lì la pienezza della vita cristiana. Occorre consolidare il legame con la Chiesa apostolica, accogliere in vera consapevolezza il dono dello spirito Santo.
La liturgia può essere un momento privilegiato per entrare nella maturità della fede e della carità; a patto che non si trasformi anch’essa in una parentesi entusiasta, ma accetti di portare le persone nella profondità del mistero di Gesù. Una vita liturgica autentica conduce al di là della facile autoesaltazione, che può essere individuale o comunitaria, e induce a radicarsi in Dio da un lato, e ad essere fedeli all’umanità dall’altro: anche assumendo su di sé e sopportando le tensioni e le contraddizioni della storia.
Nella seconda lettura vediamo in effetti sviluppato un secondo elemento di autenticità della fede. Si tratta di infatti di essere pronti a reagire, a “rispondere a chi chiede ragione”. Una fede timida e vergognosa, priva di fierezza e di nerbo, non corrisponde alla volontà del Padre; nello stesso tempo però si dice che la risposta deve avvenire “con dolcezza e rispetto”. Chi crede nel Padre di tutti, misericordioso e pietoso, “che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi”, sempre pronto a perdonare, non vede intorno a sé solo nemici da contestare, ma prima di tutto potenziali fratelli a cui rendere testimonianza di quella carità in cui vivono, e di cui hanno smarrito la consapevolezza.
Il riferimento per la fierezza della fede, con la “parrhesia”, la libertà di parola che ne consegue, resta il Cristo crocifisso (prima di essere Risorto): seguendo lui diventa possibile perfino “soffrire operando il bene”. La disponibilità a subire le conseguenze della carità, anche nei confronti del nemico, di chi si costituisce come avversario, diventa una sorta di marchio di garanzia del fatto che si sta effettivamente camminando sulla via di Dio. La molle indifferenza è invece il segno che si sta seguendo una qualche forma di umana pigrizia e autorealizzazione. Anche su questo, la liturgia celebrata nella sua nuda, nobile semplicità è uno degli indicatori più significativi. Né la celebrazione-spettacolo, né il freddo tecnicismo rubricista, permettono di restare innestati nel mistero di Dio e conducono al dialogo serio con chi non crede.
Il salmo responsoriale ha il grande pregio di mostrare al vivo ciò di cui si sta parlando. Frutto di secoli di fede e preghiera del popolo di Dio, il salmo mette sulle nostre labbra la voce di un autentico credente, gioiosamente felice di contagiare con la sua lode a tutte le genti, pronto a “raccontare ciò che Dio ha fatto” per lui, ma anche radicato nella narrazione passata dei prodigi di Dio, colui che “cambiò il mare in terraferma”, per cui i figli di Israele “passarono a piedi il fiume”. La testimonianza gioiosa si nutre della memoria di tutto il popolo.
Il dono dello Spirito caratterizza il brano evangelico, tratto dai discorsi finali di Gesù nel contesto dell’ultima Cena, nel vangelo di Giovanni. Vi è una circolarità misteriosa tra amore e osservanza dei comandamenti, che riprende una tematica molto viva nella riflessione dell’antica Legge. L’amore di Dio “con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze” era connesso con l’osservanza scrupolosa di tutti i comandamenti, creando però un corto circuito di difficile soluzione: come è possibile unire amore e legalismo? Come unire carità e obbligazione? Su questa antinomia era entrata in grave difficoltà tutta l’esperienza dell’antico Israele: il popolo non era riuscito a vivere con libertà il rapporto con Dio nella legge, ricadendo continuamente nel peccato.
Ciò che cambia le carte in tavola è da un lato la presenza di Gesù, Figlio amato del Padre, in cui è possibile vivere l’esperienza dell’amore. Guardando a lui, diventa possibile la percezione della carità divina, e ascoltando le sue parole è possibile osservare i suoi comandamenti, il comandamento nuovo che lui ha dato.
Dall’altra parte, abbiamo il dono dello Spirito: egli accompagna costantemente i credenti, in maniera risolutiva: egli infatti “rimane con noi per sempre”, garantendo di restare nel circuito di amore che lega il Figlio e il Padre.
Noi viviamo dunque in questa nuova situazione: abbiamo la presenza del Risorto, che intercede per noi presso il Padre, abbiamo con noi il dono dello Spirito di verità, che ci fa entrare nel circuito di amore che lega il Padre e il Figlio: “voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. L’uso costante del plurale mostra che non si tratta di una vetta mistica riservata ai pochi, ma di una possibilità che coinvolge tutti.

At 8,5-8.14-17; Sal 65: Acclamate Dio, voi tutti della terra; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21.

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