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Benedizione della chiesa di Abol

Don Sandro Barbieri racconta la giornata di festa vissuta in Etiopia lo scorso 8 dicembre

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Fin dal mio arrivo ad Abol i preti di Gambella continuavano a ricordarmi che la chiesa di Abol non era stata ancora benedetta. E io ho sempre risposto loro che non appena saremmo stati pronti lo avremmo fatto.

Per i preti era semplicemente un’occasione per fare un giorno di festa e una bella mangiata (e magari bevuta!), oltre ovviamente a sopportarsi una lunga messa presieduta dal Vescovo. Per la gente invece era una questione di “sicurezza”: fino a quando la chiesa non fosse stata benedetta, era giustificato che accadessero eventi negativi. Infatti, ogni qual volta accadeva qualcosa di sbagliato, spesso si faceva riferimento al fatto che la chiesa non era benedetta, come se Satana ne avesse almeno provvisoriamente il possesso.
Così la scorsa primavera era finalmente in programma la benedizione, ma ho dovuto rimandarla perché alcuni fatti negativi all’interno delle relazioni della comunità mi avevano fatto pensare che non c’era il clima giusto. L’annuncio poi del Vescovo Marco di Mantova che sarebbe venuto in autunno mi ha portato a spostare la data della benedizione in concomitanza con la sua venuta. Così era stato deciso per l’8 dicembre. Doveva essere un bel momento di condivisione tra le nostre chiese: quella mantovana rappresentata dal Vescovo Marco e da chi lo accompagnava, la chiesa di Gambella con il Vescovo Roberto e tutti i sacerdoti e rappresentanti di ogni parrocchia.
Purtroppo la situazione politica incerta ha portato il Vescovo Marco a rimandare prudenzialmente la sua venuta, rimandandola a giugno. A quel punto non potevo rimandare ancora, anche perché non esiste una situazione ideale: magari anche in giugno si verificheranno condizioni di impossibilità di una sua venuta e così dovremmo rimandare ancora. La situazione Covid in Italia e la guerra civile in Etiopia rendono tutto incerto e provvisorio.
Così abbiamo celebrato la benedizione della Chiesa di Abol. Con tutti i cattolici abbiamo pulito e messo in ordine il compound, preparato la celebrazione, organizzato danze e un pranzo per la comunità. Il tempo della preparazione è stato una occasione “sinodale”, dove decidere insieme cosa preparare e chi preparava, dando risalto alla comunità cristiano cattolica.
Ho pensato infatti che questo fosse un momento della comunità, non per voler escludere gli altri a priori, ma credo che esistano momenti di “famiglia” che vanno vissuti come tali, e la benedizione della chiesa è uno di quelli. Anche Gesù aveva momenti pubblici a contatto con chiunque e con le folle, ma poi aveva momenti “in casa”, solo con i 12 o con pochi, dove spiegava e approfondiva ogni cosa e “cementava” il gruppo. Non è stato facile questo passaggio: tutti si dicono cattolici, soprattutto quando c’è un momento di festa e c’è da mangiare gratis!
Così nelle settimane precedenti ho aggiornato l’Albero della Vita in chiesa, il dipinto di un albero le cui foglie contengono la foto di ogni battezzato. Questa è la reale comunità cristiano cattolica e a questi è stata consegnata una maglietta bianca con il disegno dell’albero stesso: chi aveva questa maglietta era invitato a partecipare sia alle fasi preparatorie che alla festa stessa.
Questo ha portato a far pensare ai cattolici chi sono veramente e agli altri - purtroppo esclusi - perché non potevano partecipare e cosa si stavano perdendo, non avendo chiesto il Battesimo o avendolo magari chiesto senza impegnarsi a prepararsi per riceverlo.
Così ho potuto dire al Vescovo, all’inizio della celebrazione, che si trovava di fronte alla comunità cristiano cattolica di Abol, quella reale e non quella “gonfiata” da tante altre presenze che magari frequentano l’oratorio o la scuola ma non la vita di preghiera e di comunità in senso stretto.

E così è arrivato il grande giorno, con le donne che fin dall’alba hanno cominciato a preparare da mangiare e a dare un’ultima pulita alle foglie cadute. Purtroppo sono venuti i sacerdoti delle parrocchie “nuer” ma senza nessun parrocchiano: anuak e nuer sono in costante guerra tra di loro, ma almeno a livello di comunità cattolica non ci sono problemi. La paura che potesse accadere qualcosa, non tanto nel compound, ma durante il viaggio o fuori dal compound, li ha portati a rimanere a casa.
Erano presenti quasi tutti i preti e pure le Suore di Madre Teresa di Calcutta al gran completo: in fondo la chiesa di Abol è proprio dedicata alla loro fondatrice!
La chiesa si è riempita ma ci siamo stati. Ho aggiunto una fila centrale di panche, sacrificando i corridoi di spostamento ma permettendo a tutti di essere seduti. Così circa 250 persone della comunità di Abol e altre 60-70 ospiti hanno celebrato e poi assistito ad alcune danze tradizionali e moderne preparate dai ragazzi ragazze.
Quindi - finalmente - il pranzo. Non ho badato a spese, non volevo assistere a scene già viste dove i grandi si abbuffano e i piccoli rimangono con quasi niente. È stata l’occasione per prendere le misure per le prossime volte. Il pomeriggio siamo stati insieme fino al tramonto. 

Così con balli e danze, con palloni nuovi da calcio, pallacanestro e pallavolo, siamo stati insieme fino a sera.
Non appena ho cominciato a mettere in ordine ho trovato subito la disponibilità di molti a dare una mano. Questo è stato un segno molto bello, come pure la partecipazione alla preghiera a chiusura dell’oratorio e della festa: una chiesa di nuovo piena, dove tutti sono venuti a ringraziare Dio e alla mia domanda se la festa era andata bene e se erano contenti, in coro unanime hanno risposto: “Sì”.
Forse è il primo segno della benedizione che funziona!


Diocesi di Mantova
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