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Vescovo Marco

DNA del cristianesimo: il racconto del Natale in parole nuove

Per entrare nel Mistero di questi giorni

DI Marco Busca
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   Dio “parla” al mondo. La buona notizia del Natale è che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,2). Non fa un discorso in generale, preferisce usare il particolare, molto concreto, di una parola fatta carne: l’umanità di un bambino. La sua parola definitiva al mondo è un bambino. Niente di più inedito di un neonato che quando nasce rompe gli schemi e le previsioni migliori dei suoi genitori. Ogni nascita è un’alba nuova per l’umanità. E Dio ci parla attraverso un’alba, il bambino di Betlemme che irradia la sua gloria come il sole che sorge nuovo al mattino.

La storia è fatta di stagioni che si alternano. Ci sono epoche che assomigliano al mattino, fresche di energie nuove, di sogni e progetti, di persone nuove e innovative. Ci sono epoche che assomigliano al crepuscolo serale. La nostra è stata definita la società della stanchezza, un’epoca segnata dalla decadenza che “avanza all’indietro, progressivamente” (Eliot), il tono diffuso è la passività, il lasciarsi vivere. 

Il cristianesimo è la religione della risurrezione, della vittoria della vita sulla morte; è riuscito a rinascere molte volte dentro nuove culture. Come? Attraverso un’operazione di racconto: narrando, cioè, di nuovo l’evento che sta alla sua origine e rappresenta il suo DNA spirituale. In una parola, ricordando e raccontando il vangelo di Gesù. 

Non nascondiamoci che ormai da decenni il cristianesimo occidentale patisce una forte crisi di identità, di cui la carestia di storie capaci di attirare e conquistare l’interesse dei moderni è un segno evidente. Un giovane mi diceva che è necessario “svecchiare la chiesa”. L’impressione è che parliamo una lingua morta e proseguiamo a raccontare le storie di sempre che se ieri trascinavano e convincevano, oggi riscuotono l’interesse solo di alcune persone, talvolta quelle sbagliate perché carenti di motivazioni vocazionali autentiche. E quando la storia originaria non fa più breccia nelle orecchie e nei cuori di chi ascolta, facilmente resterà avvilito e muto anche il narratore che condivide la stessa crisi della storia che racconta. 

Forse il Vangelo non funziona più? No, ma se raccontato male perde il suo mordente. L’errore (o meglio la tentazione) è che per risultare ancora un po’ interessanti e catturare l’attenzione della gente raccontiamo alcuni aspetti “periferici” del cristianesimo come le opere sociali, assistenziali e culturali perché sono gli aspetti visibili più immediati. Tutti capiscono le finalità delle Ong e immaginiamo che presentare i programmi della Chiesa in questi termini la avvicini alla sensibilità e alla comprensione di molti. Così però rischiamo di perdere le parole che dicono il “centro” del cristianesimo. 

Il Natale – per fare un esempio – finisce per essere un appello a riprodurre i valori etici della pace, della fratellanza, della solidarietà che sono pure parte del suo racconto, ma staccati dal volto del Figlio di Dio finiscono per essere evanescenti. Se un adolescente ha recepito del racconto cristiano solo questi aspetti, cosa succede quando entra in una chiesa e – pur sentendo il richiamo interiore alla preghiera – non riesce a trovare nel “magazzino” della sua anima le parole, i pensieri e i sentimenti per adorare Dio e ascoltare la sua voce?

Un cristianesimo senza Cristo è la decadenza dell’esperienza di fede, che per l’appunto non è teoria religiosa, né moralismo, né ritualismo, ma incontro con un Dio personale che è entrato nella storia, è vivo e si lascia incontrare nel suo Figlio incarnato, morto e risorto.  

La sfida narrativa odierna non è illustrare il senso delle opere sociali e educative della Chiesa ma trasmettere in nuovi linguaggi la fede in Cristo: perché si è fatto uomo, cosa ha rivelato di Dio e di noi, cosa è successo nella sua Pasqua, quali sono le sue promesse di salvezza e di vita oltre la morte, cosa accade nell’Eucaristia, come si è perdonati dal male, cosa significa trovare e percorrere la vocazione personale... Per secoli il messaggio è rimasto vivo. Se non lo raccontiamo nella sua completezza e armonia s’interrompe la trasmissione della fede che è la forza di testimoniare il patrimonio spirituale custodito dal cristianesimo per l’umanità intera.

Dove sta la difficoltà maggiore? Nel fatto che il DNA spirituale del cristianesimo si nasconde nel nucleo più difficile da tradurre ed esprimere nei linguaggi sempre nuovi del tempo. La liturgia della Parola della Messa del giorno di Natale ne è un esempio: l’inizio della lettera agli Ebrei e il prologo di Giovanni contengono messaggi impegnativi per le nostre orecchie poco allenate all’ascolto dei Vangeli eppure qui si nasconde il nucleo incandescente del Natale. 

Provo a raccogliere il succo del messaggio e a raccontarlo con parole nuove senza tradirne la profondità. Anzitutto cosa è successo nell’incarnazione? Il Verbo (il Figlio) di Dio che nell’eternità era presso Dio e rivolto verso il Padre, si è fatto uomo e quando ha abitato nel tempo ha creato per noi il link con l’eternità. Il cristianesimo è l’incastro dell’eternità nel tempo e del temporale nell’eternità. Una sorta di connessione che permette la comunicazione dei due mondi in tempo reale. Il messaggio è che Gesù è nostro contemporaneo. Egli è qui, ora. In questi giorni sta parlando a noi. Non è nel passato, è un eterno presente. Ciò che è accaduto il primo giorno nella grotta di Betlemme accade oggi. 

Un secondo messaggio riguarda la finalità dell’incarnazione. La tradizione parla di un meraviglioso scambio: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio” (Ireneo di Lione). L’uomo è affamato di vita. Desidera elevare la qualità della vita. Avverte che la vita biologica non basta. L’evangelista Giovanni dice che “in Lui – il Figlio di Dio – era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4). “Chi ha il Figlio ha la vita” (1Gv 5,12). Il Natale è la possibilità per l’uomo di vivere in 3D: l’uomo Gesù ha assunto la vita fisica e la vita psichica per inserirvi la terza dimensione: la vita di Dio, che è vita eterna, definitiva, incorruttibile, senza tramonto. Unito a Cristo l’uomo può vivere in 3D, partecipa dello Spirito immortale. Il crepuscolo di noia e angoscia che ci avvolge non sarà causato proprio dalla paura della morte e dalla rassegnazione tipica di chi attende il nulla? I filosofi moderni che propagandavano la morte di Dio e la fine della religione, più o meno consapevolmente, stavano progettando il cimitero dell’uomo.       

Un ultimo messaggio: l’uomo teme una religione concorrenziale alla sua umanità. Non vuole diventare credente se questo comporta la rinuncia ad essere pienamente uomo e spontaneamente umano. Proprio qui c’è l’inganno. La fede non ci toglie dal mondo; ci fa indossare un paio di occhiali per potenziare la capacità di guardarlo. “Abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). La gloria è ciò che ha consistenza, un peso specifico, a differenza di ciò che è effimero, passeggero, vacuo. La fede ci consente di riconoscere le cose che restano, di capitalizzare la vita terrena per ritrovarla trasfigurata e riempita della gloria di Dio nella vita senza tramonto del Regno. Proprio perché è alleata dell’umanità più genuina, la fede ci istruisce a distinguere la spontaneità dall’autenticità. Non tutti gli impulsi spontanei che l’uomo avverte sono espressione di autentica umanità. Rinnegare quelli falsi è la strada per non rinunciare a un’umanità vera.     

Questo mondo ha bisogno di un nuovo capitale narrativo. Se vogliamo essere d’aiuto a quest’epoca di passaggi importanti offriamo il contributo di nuovi racconti. Come cristiani iniziamo di nuovo a raccontare storie che incantano, appassionano, comunicano vita. Non accontentiamoci di ripetere messaggi noiosi, scontati, che non entusiasmano più, dettagli di periferia. Raccontiamo il cuore della fede: il Cristo dei Vangeli, che è più fresco e rivoluzionario delle interpretazioni del Gesù dei poeti, dei filosofi, degli artisti, dei politici, del cinema, pur interessanti per attualizzare il messaggio evangelico. 

Il mondo attende narratori “nuovi”. È responsabilità degli adulti e degli anziani – che sono la maggioranza di coloro che frequentano le nostre chiese – trasmettere il messaggio ai più giovani, senza tradire la tradizione. Per ogni battezzato, soprattutto per i più giovani, la sfida è trovare parole e modi per ridire il DNA del cristianesimo e affrettare l’alba di un’epoca in cui il divino e l’umano non saranno più concorrenziali, in posizione di superiorità o persecuzione, ma armonizzati per esaltare l’uomo e glorificare Dio. Le moderne tecnologie e le strategie comunicative rappresentano una grande risorsa, a condizione che nei comunicatori sia attivo il cromosoma originario della fede e l’intelligenza della tradizione a cui attingere i criteri per usare i mezzi con sapienza. 

Il mondo attende dal cristianesimo una nuova capacità di raccontare. C’è attesa di buone notizie. Non serve a nulla bacchettare il mondo per i suoi sbandamenti, piuttosto sorprendiamolo con la potenza del messaggio. Il profeta Isaia annuncia: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie” (Is 52,7). Le sentinelle odono il messaggio e sobbalzano di esultanza nel vedere con i loro occhi il ritorno del Signore. Raccontiamo il Natale in parole nuove e da uomini nuovi: qualcuno vedrà il Signore ritornare nella sua vita e sarà gioia grande.       

 + Marco Busca 

Diocesi di Mantova
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