Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

5ª domenica di Quaresima

Essere il chicco che muore per dare molto frutto

Gesù si rivela Figlio di Dio attraverso una via dolorosa

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L’arrivo di alcuni Greci offre a Gesù l’occasione per annunciare che era arrivata la propria “ora”, l’ora definitiva, ultima e rivelatrice del senso della sua missione. Il contesto è quello successivo all’ingresso trionfale e regale di Gesù a Gerusalemme. La folla lo aveva accolto con grande entusiasmo e lo aveva acclamato Re, affermando il successo della sua predicazione. Anche quegli uomini greci erano saliti a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Forse avevano ascoltato Gesù, avevano saputo della sua grande fama di profeta, della sua autorevole predicazione e dei suoi miracoli. Avevano grande desiderio di incontrarlo. Però per loro che erano pagani e impuri, avvicinare un rabbì non doveva essere facile, anzi era impossibile per Legge. Per questo essi hanno chiesto aiuto a Filippo, che si è rivolto ad Andrea.

Insieme i due discepoli sono andati da Gesù. La richiesta di “vedere Gesù” da parte dei Greci rappresenta per Gesù il segnale che è giunta l’“ora” della rivelazione universale della sua missione di Figlio di Dio. Come sarà quest’ora? Si prospettano alcune antitesi: amare la propria vita/ odiarla – custodirla/ perderla – restare solo/ portare molto frutto. Amare la propria vita, custodirla, restare solo, sono possibilità non liberatorie e non salvifiche perché negano la rivelazione dell’amore di Dio che aveva mandato il Figlio per la salvezza della umanità. Invece negare e perdere la propria vita, accettare di essere chicco che cade a terra e muore, genera amore e porta molto frutto. Sarà questa la strada della rivelazione. Una via dolorosa, di morte. Suscita timore tanto che Gesù si chiede: “Che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?” È una tentazione. Anche quando Gesù sarà ormai innalzato sulla croce qualcuno gli urlerà questa tentazione inquietante: aveva salvato tanti altri, perché non salva se stesso? Non così secondo la legge dell’amore da cui dipende la salvezza dell’umanità.

Questa “sua ora” sarà l’ora della glorificazione del Padre, quella della vittoria ultima e definitiva sul “principe di questo mondo”, l’ora in cui Gesù innalzato, attirerà tutti a sé, liberando l’umanità dal male. Sarà l’ora in cui pregherà il Padre per coloro che il Padre stesso gli aveva affidato perché fossero salvati (Gv 17), sarà l’ora in cui nessuno sarà perduto (Gv 6,12-Gv 17,12). Quest’ora avrebbe potuto non essere dolorosa? Soltanto amando i suoi fino alla morte e alla morte più crudele, riservata ai malfattori e ai maledetti, Gesù è libero di amare oltre ogni limite e timore. L’ora di Gesù è il compimento della storia d’amore di Dio per l’umanità, della sua comunione con tutti gli uomini e con tutte le donne, testimoniata proprio nella condizione della sofferenza più dolorosa. L’ora di Gesù è rivelazione della pienezza dell’amore del Padre, non poteva sottostare a condizioni e a condizionamenti, non poteva che essere come è stata.
Quest’ora non è solo di Gesù, ma anche dei discepoli: “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Il discepolo, al seguito del Maestro, è chiamato a percorrere la stessa strada della croce, a perdere la propria vita come Gesù. La sequela non può non misurarsi con l’“ora” di Gesù. Come Gesù, Figlio di Dio, ha perso la propria vita così anche i suoi discepoli sono mandati nel segno della debolezza del chicco di grano che cade a terra e muore. La fede cristiana non è autoreferenziale, va spesa, testimoniata, donata e messa in gioco, si propone in uscita, come ci insegna Papa Francesco. La fede cristiana orienta la vita nella direzione contraria al “tutelarsi”, al “restare”, che costringono alla chiusura e all’egoismo. Quella di Gesù non è un’ora facile, comoda e prestigiosa, come non è semplice e comoda la scelta di amare.

Diocesi di Mantova