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Chiesa e denaro

Gestione nella trasparenza

Un editoriale di don Claudio Giacobbi da 'La Cittadella'

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«Ma cosa fate voi preti?». Con questo interrogativo mi accolse mio padre mentre una sera rincasavo per il cambio della biancheria. Eravamo nel bel mezzo di uno degli scandali sulla gestione delle risorse finanziarie di quel mondo che per la gente è il “Vaticano”, la “Chiesa”, “i preti”. Con il babbo quasi novantenne, innamorato del figlio–prete, seppure di tradizione anticlericale, la risposta fu facile: «Ma tu papà, conosci qualche prete che abbia fatto qualcosa di disonesto?». Non lo è con gli “altri”, spiegare le ragioni per cui, con eccessiva frequenza, si ripresentano scandali di natura finanziaria che coinvolgono figure istituzionali del mondo ecclesiale.

Qualche giorno fa il giornalista Ernesto Galli della Loggia tentava di darne una spiegazione sociologica, scrivendo della «scomparsa di una certa Italia cattolica di stampo aristocratico e borghese delle cui competenze fino a tempi non troppo lontani la Chiesa si è servita, e che ha servito la Chiesa e le sorti del cattolicesimo all’insegna di un forte impegno etico e di un sostanziale disinteresse personale» a cui si aggiunge quello che l'opinionista chiama come un attuale «atteggiamento comunque orientato al rinnovamento in quanto tale, all’uscita dai vecchi schemi, al ripudio di tutte le antiche abitudini. Soprattutto volto ad allontanare da sé ogni sospetto di vicinanza al potere, di prossimità alle classi dominanti». Ne conseguirebbe però ciò che è capitato, ossia l’affidamento di «milioni e milioni di euro a società con sede nei luoghi più sospetti, a personaggi tra i più improbabili, a banchieri di mezza tacca, a intermediari dal più che dubbio profilo, a tizi presentati da altri tizi... A una genia di figuri, insomma che qualunque persona appena avvertita avrebbe messo alla porta all’istante».
Qualcuno ha tentato una spiegazione più “psicologica”: Vittorino Andreoli a suo tempo scrisse Il denaro in testa, in cui spiegava come negli uomini di potere si possa insinuare la cosiddetta “morale del superuomo”, di chi cioè si sente non vincolato alle regole che valgono per gli altri comuni mortali, e gli “uomini di potere” nella Chiesa non sono certo esenti da questo rischio.
Qualcuno ha tentato spiegazioni “spirituali”. Una novella di Pirandello racconta di un giovane seminarista che, avendo ereditato dal padre usuraio molte cambiali a garanzia dei crediti nei confronti di poveri debitori, si presentò schifato al proprio padre spirituale con i titoli di credito, pensando di lasciare a lui il compito di distruggerli e di liberare così tanta povera gente dall’onere della restituzione. Grande fu la sua sorpresa nel constatare che il suo educatore prese le cambiali, commentando con fare pensoso che si poteva fare tanto bene anche con quegli strumenti.
Certo, tutto sarebbe risolto se fossimo davvero capaci di fare scelte di autentica povertà, evitando l’accumulo. Resta il fatto che, come si legge nell’editoriale di “Credere oggi” dedicato alla sostenibilità della Chiesa, «il mondo oggi non richiede alla comunità ecclesiale di non avere beni, ma di gestirli nella trasparenza, nel rispetto delle leggi e a servizio delle diverse forme di povertà. La gestione dei beni è un banco di prova per la chiesa, chiamata a testimoniare il Vangelo anche nell’amministrazione economica». E non è cosa di poco conto!

Diocesi di Mantova
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