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Tutela minori

Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi

Riflessione del vescovo Marco nella celebrazione del 18 novembre 2021

DI Marco Busca

Riflessione del vescovo Marco nella celebrazione del 18 novembre 2021, prima Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.


Cari fratelli e sorelle, qual è il senso del nostro ritrovarci oggi a pregare per le vittime di abuso?

Il momento più significativo e intenso sarà il silenzio prolungato, accompagnato dal gesto di deporre sull’altare alcuni ceri che simbolicamente rappresentano le vittime degli abusi, mentre invocheremo dal Signore l’aiuto per loro, la pietà per i responsabili dei crimini, il dono profetico di un’azione decisa ed efficace per il Papa e i vescovi e, attraverso loro, per la Chiesa intera. Ascoltiamo quel silenzio: è il gemito assordante di tante persone umane, di ogni età e di ogni condizione, segnate da una ferita che, spesso, non guarisce per tutta la vita; un gemito che non deve più rimanere inascoltato o essere addirittura zittito.

L’abuso sessuale è un’esperienza devastante per l’essere umano ma è solo l’ultimo anello, quello più crudo, di una catena di abusi: abuso sulla sua sensibilità e coscienza, abuso di relazione, di affetto, spesso di amore; ed anche abuso di fiducia, di ruolo, di potere. L’abuso, infatti, non è solo fisico ma può essere verbale, emotivo, psichico e anche spirituale. Forse non si considera bene quanto azioni come svergognare, ridicolizzare, disprezzare, compiere gesti minacciosi allo scopo di soggiogare le persone, scalfiscano le anime in profondità. Eppure, ogni violazione dell’intimità è sempre un fatto grave e con ripercussioni incalcolabili sull’integrità individuale. L’abuso non passa, in qualche modo resta e interferisce con tutta la persona, sulla percezione di sé, della propria dignità e del proprio futuro e ha pesanti conseguenze a tutti i livelli: quello psicologico, fisico, comportamentale e spirituale. Mi soffermo su quest’ultimo a cui in genere si pensa meno, ma che ci coinvolge profondamente, in quanto popolo fedele di Dio.

Quando l’abusante è un membro della Chiesa ed anche ministro costituito a servizio del Padre e dei fratelli, al quale la vittima accredita totale fiducia, confidando nella sua integrità morale e nella sua autorevolezza spirituale, accade che proprio la persona che doveva fungere da mediatore o facilitatore dell’incontro con Dio finisce per distruggere l’immagine divina nel cuore della vittima. La persona abusata può arrivare a percepire Dio quasi come un oscuro complice o uno spettatore insensibile. In molti casi, infatti, le vittime attraversano periodi di crisi di fede e solo attraverso percorsi lunghi e faticosi riescono a ritrovare quel volto paterno-materno di Dio offuscato dall’abuso subìto.

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Altre volte le persone abusate mantengono una fede ferma nella Provvidenza di Dio, dalla quale non si sentono abbandonate, ma nutrono sfiducia, dubbi e risentimenti verso l’intera istituzione ecclesiale, che viene globalmente colpevolizzata. E questo soprattutto quando l’abusante non ha mosso alcun passo per riconoscere che i suoi atti violenti hanno causato sofferenze indicibili, né per chiedere con umiltà il perdono. Delusione e rifiuto verso la Chiesa spesso accompagnano quelle vittime che non si sono sentite accolte, ascoltate, comprese e credute, ma lasciate sole nel loro dramma, specie da parte dei loro pastori e dalle istituzioni preposte. 

La nostra presenza qui, oggi, è un atto di amore nei confronti delle vittime e insieme un atto di amore per la Chiesa di Cristo anch’essa ferita. Il Vangelo che è stato annunciato ci conforta rendendoci certi che Gesù si è identificato proprio con i piccoli, i bambini, i fragili e gli indifesi e la sua presenza speciale e misteriosa in loro, mentre subivano violenza e abusi, ha impedito che fosse completamente distrutto quel sacrario intimo e inviolabile del loro essere, lo ha protetto dal torrente limaccioso del male, che non ha potuto raggiungerlo e comprometterlo per sempre.

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L’amore evangelico mentre difende il bene denuncia il male. Il salmo 85,11 recita: «Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Sarebbe una falsa misericordia quella che tollera anche solo la più piccola complicità con il male. Come diceva don Primo Mazzolari: «Vi sono dei limiti nella sopportazione della Chiesa... Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l’oppressore e l’oppresso». Pensando a tante vittime che hanno sopportato con dignità le conseguenze degli abusi, non può che andare a loro il nostro più grande rispetto. La loro sofferenza – che anche inconsapevolmente li univa a Cristo, l’Innocente per antonomasia – certamente redime tanto male; ma non fa diventare buona l’ingiustizia inflitta loro da uomini completamente sordi alla voce del Signore che echeggiava nelle loro coscienze, da coloro che hanno preferito seguire le perverse inclinazioni del loro cuore e hanno fatto ciò che è male agli occhi del Signore (Baruc 1,18.21-22), ed anche agli occhi degli uomini. Infatti, è proprio la testimonianza esemplare di sopportazione e resistenza al male di tante vittime che ci spinge a fermare, con tutte le forze, la sorgente di male che continua a generare sofferenze. In questo sforzo, anche l’attenzione ai “carnefici” è parte della nostra missione di Chiesa: vogliamo adempiere alla giustizia di Cristo, che è giustizia che onora le vittime, ma anche giustizia che vuole reintegrare e guarire il colpevole, condannando il suo peccato e accompagnandolo a conversione, penitenza, riparazione. 

È questo il senso positivo del severo monito di Gesù a coloro che “scandalizzano”, cioè fanno inciampare e cadere, i piccoli che credono in lui: “Gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare”. Il messaggio è inequivocabile per chi si macchia di tali colpe e non si converte e il “guai” di Gesù risuona come un monito perché chi ha il cuore orientato al male non ritardi il tempo della conversione, ma prontamente entri in un cammino certamente doloroso e gravoso, che porta alla reintegrazione e alla riparazione dei danni procurati alla persona abusata ed anche alla comunità ecclesiale.

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Per esprimere la serietà e la concretezza della penitenza, il vangelo ricorre anche all’immagine molto efficace dell’amputazione degli arti del corpo. È preferibile per il peccatore intervenire sulle membra del suo corpo perché non agiscano più come strumento del male, tagliando mano e piede se sono motivo di scandalo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nella Geenna, cioè abbandonato e distrutto come l’immondizia inservibile. Gli abusatori impenitenti potranno mai contemplare il volto del Padre accanto alle loro vittime? «Quale rapporto può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre?» (cfr. 2Cor 6,14-15) si chiede l’apostolo Paolo. Il Dio ricco di misericordia riserva possibilità di conversione e recupero della comunione per il peccatore pentito, giustificato e reso innocente dal sangue di Cristo, che abbia il volto lavato dalle lacrime della penitenza. La carità pastorale della Chiesa verso i suoi figli, anche sacerdoti e consacrati colpevoli di abusi, si realizza nei percorsi di accompagnamento penitenziale, che comportino anche momenti e modi per chiedere il perdono delle vittime e delle comunità familiari ed ecclesiali ferite.  

Qual è allora il senso di una preghiera penitenziale collettiva di cui il soggetto è la Chiesa stessa e che oggi ci coinvolge tutti? 

Poiché siamo un solo corpo, quando un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1Cor 12,26). Sentiamo come nostro il dolore delle vittime, ma dobbiamo anche avvertire il peso opprimente della colpa che grava su tutto il corpo. La conversione, perciò, non riguarda esclusivamente i singoli colpevoli, ma è un richiamo rivolto a tutto il corpo ecclesiale

Come ha scritto papa Francesco nella lettera ai vescovi del Cile il 15 maggio 2018:

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«Le dolorose situazioni avvenute sono indicatrici del fatto che qualcosa sta male nel corpo ecclesiale. Dobbiamo affrontare i casi concreti e al tempo stesso andare più a fondo per scoprire quali dinamiche abbiano reso possibile il verificarsi di simili atteggiamenti e mali”. L’impegno perché non si verifichino più casi di abuso sarà efficace solo “se assumiamo questo come un problema di tutti e non come il problema che riguarda alcuni. Possiamo risolverlo soltanto se ce lo assumiamo collegialmente, in comunione, in sinodalità...». 

Questa prospettiva sinodale implica di coinvolgere tutto il popolo di Dio, come ancora Papa Francesco invita a fare nella Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018: 

«L’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione».

Questo compito, dunque, coinvolge tutti e sarebbe riduttivo e solo difensivo pensare che l’intervento dell’autorità pastorale della Chiesa debba riguardare unicamente i singoli abusatori. Il Papa e i vescovi ci stimolano a considerare l’intero “sistema” ecclesiale e considerare attentamente come, in una dinamica comunitaria come quella della Chiesa, proprio perché costituiamo un organismo vivente in cui le parti si compenetrano nel tutto, qualsiasi disagio di un membro è, in definitiva, espressione del disagio di tutto l’organismo, dell’intera comunità cristiana. Certamente ci si deve interrogare sulla validità dei modelli formativi del clero, sul vaglio più o meno prudente dei candidati, sulla cultura ecclesiale nei riguardi dei piccoli, delle donne e dei soggetti fragili. Ma dobbiamo pure riconoscere che la responsabilità collettiva della Chiesa si manifesta sia sul versante delle figure di responsabilità pastorale sia su quello di ciascun membro in quelle possibili omissioni, coperture, ambiguità di giudizio che rendono reticenti nell’ intervenire per frenare stili di vita equivoci e denunciare presunti casi di abuso. 

Ciò che il Signore si attende da noi e che tutti noi auspichiamo per una Chiesa più vera e conforme al Regno di Dio, è di essere membra sane e vive, con il coraggio morale di vedere e riconoscere il male che si annida all’interno della comunità cristiana, senza più bisogno che sia segnalato da altri o che ci si limiti ad ammetterlo davanti alle denunce venute dall’esterno. La comunità di Gesù è nata sotto la croce e viene rigenerata continuamente ogni volta che il male non è coperto o nascosto, ma riconosciuto; anche se questo provoca vergogna e rimorso fino all’umiliazione davanti alla società umana. 

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Tuttavia, la manifestazione più autentica della forza spirituale della Chiesa resta la sua capacità di prendersi a cuore le vittime, offrire loro ascolto, accompagnamento e sostegno. 

A questo scopo in ogni diocesi è stato istituito un Servizio Tutela Minori che si occupa di prevenzione e cura, di sensibilizzazione, di informazione e formazione degli educatori degli oratori, delle associazioni ecclesiali e delle scuole paritarie, a garanzia che gli ambienti ecclesiali abitati da bambini e adolescenti siano sempre più luoghi sicuri, dove si promuove la cultura del rispetto e della protezione dei minori e dei fragili. 

Il gesto fondamentale della Chiesa è soprattutto la richiesta del perdono. Perché le sofferenze delle vittime risultano aggravate se non ricevono attenzione e cure adeguate, il loro dolore diviene insopportabilmente pesante di fronte alle reticenze della comunità cristiana e dei suoi responsabili, chiamati a rendere giustizia a chi ha subìto ingiustizia; ma sappiamo che la richiesta di perdono, sincera e fondata sul vangelo, è il primo passo che lenisce il dolore e favorisce la guarigione.

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Dicevo che questo giorno interpella la responsabilità di tutti i credenti, anche perché a monte degli scandali, tra le varie cause, dobbiamo annoverare anche il male diffuso della mediocrità, una tendenza generalizzata al ribasso morale e spirituale che crea una mentalità di gruppo e un’atmosfera condivisa in cui facilmente si sviliscono i valori della corporeità e della sessualità, tanto nel linguaggio quanto nei comportamenti. Da cristiani, invitati a glorificare Dio nei nostri corpi (cfr. 1Cor 6,20), dobbiamo rifiutare una mentalità dell’uso oggettuale del corpo, sempre più diffusa attraverso la pornografia che dilaga sul web, per rivalutare piuttosto gli aspetti del pudore e della castità. Come consacrati, poi, dobbiamo interrogarci se non sia meno appassionata e radicale la sequela di Gesù e la testimonianza del Vangelo e, di conseguenza, meno ferme le convinzioni e le motivazioni che stanno alla base della scelta celibataria. La crisi delle vocazioni sacerdotali che si manifesta con un drastico calo numerico, affonda le radici nella crisi di testimonianza, di fervore, di esemplarità di vite dedicate a Dio nella trasparenza dello stile, nella pulizia delle relazioni, nella maturità degli affetti, nella gioia della missione. 

Voglio concludere ricordando a ciascuno di noi che tutti siamo potenziali generatori di violenza, pur in proporzioni e direzioni diverse e perciò chiamati ad una vigilanza attenta e non superficiale innanzitutto su noi stessi.

Il Salterio contiene alcuni salmi in cui l’orante reagisce energicamente agli impulsi aggressivi che abitano le zone d’ombra della sua interiorità. La preghiera fa sì che questi impulsi violenti vengano fuori, che si abbia il coraggio di esprimerli, ma come preghiera e nella celebrazione della Penitenza, confessando e condividendo con Dio la nostra misera realtà umana e consegnandola al potere redentore di Gesù Crocifisso e all’azione potente del suo Spirito che, operando nel più intimo del nostro intimo, può convertire le dinamiche che alimentano la violenza nelle espressioni di un animo mite, che usa tutte le sue forze per reagire al male con il bene. 

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Diocesi di Mantova
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