Il Magistero del vescovo

Omelie del vescovo

"​Il Figlio di Dio si fa uomo per umanizzare l’uomo"

​Omelia del vescovo Marco nella Messa della notte di Natale

Redazione
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[Lezionario biblico: Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14]


Perché Dio si è fatto uomo? Lo scopo della sua Incarnazione è «riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14). Il popolo «puro» è tale quando rimane unito al Signore con una fede vera, cioè un amore integro, completo. E più aderisce alla vera fede - cioè lascia crescere il suo amore per il Signore -  più aumentano la coscienza di appartenere a Lui e la volontà di servirlo. 
Questa notte santa siamo noi il popolo di Dio che chiede di essere formato e confermato nella fede vera e nell’amore per Lui. Per questo non ci soffermiamo su messaggi pur validi come l’appello alla pace, alla fraternità, alla filantropia verso gli ultimi, che sono conseguenze morali e sociali dell’evento dell’Incarnazione; andiamo dritti al cuore del mistero della Natività. Cosa siamo chiamati a celebrare?
Nel parlare comune si usano espressioni come: “nasce Gesù”, “attendiamo la sua venuta”, ma sappiamo bene che il Figlio di Dio è già venuto e Gesù è già nato in un punto preciso della storia, nella pienezza dei tempi, quando la Parola si è fatta carne e i pastori hanno contemplato la sua gloria. Ma poiché la nascita di Cristo a Betlemme non fu solo il parto di un bambino bensì la nascita di Dio nella carne di una donna, la liturgia celebra questo evento già avvenuto non semplicemente per ricordare il momento del passato come un punto fisso sulla linea della storia, ma per farne memoria e ripresentarlo qui ed ora ai nostri occhi e al nostro cuore. Così, grazie alla liturgia e nel tempo liturgico, questo evento accaduto nel tempo storico entra a far parte di un tempo sacro per cui noi oggi, e sempre quando celebriamo, diveniamo contemporanei a tutto quello che Gesù ha vissuto e compiuto nella sua esistenza terrena. Per questo possiamo dire che “oggi” Gesù nasce e “oggi” contempliamo la sua gloria; come pure che “oggi” annuncia e salva, “oggi” perdona e guarisce, “oggi” muore, “oggi” risorge. E, contemporaneamente, la liturgia proietta il nostro sguardo in avanti, al giorno del Signore, quando il Cristo verrà nella gloria come Salvatore definitivo e finalmente instaurerà in modo compiuto il Regno di Dio. Dunque, a Natale, celebriamo la memoria della sua prima venuta e «l’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,12).
Cristo è venuto, Cristo verrà, Cristo viene. È il Veniente, colui che è sempre in atto di venuta. L’oggi di Cristo a cosa è finalizzato? Paolo mette l’accento sulla «grazia» che «ci insegna a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia, pietà». In una parola: la grazia ci “umanizza”. Già Niccolò Cusano (1401-1464) definiva Cristo “l’Uomo-Massimo”, non solo nel senso che Cristo è perfettamente uomo in tutto come noi, eccetto il peccato, ma perché è l’uomo perfetto che ha realizzato al massimo grado la verità dell’essere uomo. E il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes afferma esplicitamente che Cristo «svela pienamente l’uomo all’uomo», «è l’uomo perfetto» (GS n. 22) e, di conseguenza, «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (GS n. 41).
Questa notte contempliamo l’umanità di Dio apparsa in Gesù. Vi invito però a guardare non soltanto il “bambinello nella culla” ma a vedere in Lui anche il figlio di Maria che cresce «in età, sapienza e grazia» con una lunga preparazione di trent’anni e si presenta poi all’umanità come Messia, l’uomo di Dio, l’uomo perfetto nel quale Dio pone il suo compiacimento e la sua approvazione. E che anche il pagano Pilato riconosce profeticamente, senza rendersene conto, dicendo di Gesù: «Ecco l’uomo», cioè l’uomo autentico. Dio ci rivolge ad ogni Natale l’invito ad assumere questa umanità, l’umanità di Gesù, e lo fa promettendoci che rivivere la parabola umana di Gesù in noi ci “salva” dal rischio di perdere la nostra vera umanità e noi stessi, sia nel tempo che per l’eternità.
Voglio contemplare con voi alcuni tratti caratteristici del volto umano di Gesù che diventano una possibilità anche per la nostra crescita in umanità.
Anzitutto, Gesù si è presentato come un uomo pacificato, sereno, padrone di sé, non in balia degli eventi del momento, rispetto ai quali sapeva prendere le debite distanze con una sana indifferenza. Possedeva un centro attorno al quale raccoglieva e alimentava la sua personalità: la volontà di Dio. Più volte lo ha dichiarato apertamente: «mio cibo è fare la volontà del Padre» (Gv 4,34), «sono venuto nel mondo per fare la volontà di colui che mi ha inviato» (Gv 6,38). Gesù si è mosso nell’orizzonte di Dio che era il suo riferimento costante, ha vissuto ogni istante della sua vita umana nella forte e limpida coscienza di sé come figlio del Padre. Era sempre in azione, ma mai ansioso, indaffarato o impaziente: il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno, il Padre conta persino i capelli del nostro capo, il Padre vede nel segreto… 
Era un uomo consegnato alla fiducia in Dio, è morto raccomandando il suo spirito – cioè il centro del suo essere – alla custodia delle mani paterne di Dio. Così attaccato a Dio ha realizzato il perfetto distacco da sé: era del tutto estraneo al suo animo umano ogni impulso di possessività, affermazione di superiorità, ansia di difendersi da qualcuno. Questa regale libertà gli ha consentito di donarsi fino al sacrificio. L’espressione di Paolo: «Egli ha dato sé stesso per noi» è la sintesi della sua vita. 
Una seconda caratteristica del Dio fatto uomo era il legame alle cose della terra. Le “sentiva” tutte vibrare in sé, attraverso una percezione finissima della realtà vivente che gli derivava dalla una acuta capacità di osservare e ammirare tutto l’esistente: gli uccelli del cielo, i gigli del campo, il grappolo maturo, la donna che impasta, i disoccupati sulla piazza, il ladro nella notte, l’amico che bussa ad ora importuna… Tutti i suoni, i colori, le forme della vita hanno trovato in Gesù la loro espressione. Nei suoi discorsi, specie le parabole e le similitudini, inseriva l’Assoluto nel mondo delle cose, l’Infinito nel quotidiano. Sulle sue labbra Dio emergeva un po’ ovunque e non esistevano giorni feriali o spazi banali che non potessero trasformarsi in santuario della Sua presenza. 
Gesù, poi, ha rese visibili le preferenze di Dio privilegiando la compagnia dei semplici: bambini, emarginati, poveri, vedove, malati nell’anima e nel corpo, perduti. Si è misurato con i piccoli. Occorrono molti anni di disciplina umana e spirituale per diventare semplici. L’infanzia spirituale è la misura della maturità umana. Per il vangelo la meta dell’adulto è il bambino che deve diventare superando le doppiezze: i doppi pensieri, le doppie intenzioni, le doppie parole. Sulla bocca dell’uomo Gesù fiorivano parole semplici e perfette, come le “beatitudini”: beati i poveri, i puri, i perseguitati, i miti, i misericordiosi… parole incomprensibili per i sapienti di questo mondo e comprese da pochi, dai semplici che sono i più adeguati per il Regno dei cieli. 
Cristo non ha attuato però solo la nobiltà e la magnanimità del programma delle beatitudini con i segni e i prodigi tipici del profeta straordinario. Gesù ha condiviso con noi la comune esistenza umana, quindi anche ciò che è normale e abitudinario: la routine del lavoro in bottega, la casa, la tavola e la compagnia dei suoi contemporanei, è stato stanco del viaggio, ha avuto sete e fame, ha pianto la perdita dell’amico, si è misurato con la tentazione e l’angoscia. Nella passione non si è comportato come un eroe titanico: ha gridato, sudato sangue, si è sentito colpito e solo. In tutto questo ha condiviso la passione del suo popolo, ha assaporato l’angoscia dei perseguitati, la tristezza dei disperati, la solitudine degli abbandonati.
Quest’uomo centrale, Cristo, ha pronunciato una parola di magnifica e terribile vicinanza: vi ho chiamato amici. Cerca amici non servi. Cristo è stato amico di tutti e ne è prova l’ultima parola rivolta al suo traditore. Ha messo in luce l’umano autentico, è stato colui che unifica, che completa e riconcilia. Da noi uomini si aspetta proprio questo: resistere all’inimicizia, reagire all’odio con il perdono, al disprezzo con il rispetto di ogni fibra vivente. Ha distrutto in sé stesso l’inimicizia perché noi non fossimo inventori e moltiplicatori di nemici. Nei momenti salienti della sua esistenza ha realizzato la profezia di Isaia: «il suo nome è Principe della Pace». Mentre stava adagiato nella mangiatoia gli angeli cantavano: «Pace in terra agli uomini amati dal Signore»; quando era appeso alla croce ha invocato il perdono per gli uccisori; apparso nel cenacolo alla sera di Pasqua ha salutato i suoi con il primo dono della risurrezione: «Pace a voi».
Da quando Gesù è nato è stato inaugurato un nuovo inizio che non potrà più venir meno, una nuova possibilità di essere umani. Così il Natale non si riduce ad un clima romantico, a un sentimento filantropico ma è un progetto di umanità. Dio si è fatto uomo e, come Dio umano, agisce al centro delle nostre vite per umanizzarle. Nella preghiera sulle offerte di questa Messa chiediamo al Padre di trasformaci nel Cristo suo Figlio, che ha innalzato l’uomo accanto a Lui nella gloria. E il Padre non soltanto ci ha fatti diventare cristiani, ma ci ha fatto diventare Cristo stesso (Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 21,8). 
Io, tu, l’altro… siamo un Cristo in gestazione.


documenti

Omelia nella messa del giorno di Natale

Diocesi di Mantova
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