Focus

Fede e cultura

Il legame nativo tra Vangelo e Cultura

Il vescovo Marco Busca agli 'operatori culturali'

DI Marco Busca

Accogliendo l’esigenza espressa dai Consigli presbiterale e pastorale della diocesi, il vescovo Busca ha convocato un gruppo di “operatori culturali” rappresentativi delle molteplici realtà presenti in città e sul territorio, e ha presentato loro il legame nativo tra Vangelo e Cultura. Di seguito una sintesi del suo intervento “Per una pastorale della cultura”, disponibile integralmente nella sezione dedicata ai documenti del vescovo.


Esiste un legame nativo tra Vangelo e cultura, per almeno due motivi: il Logos si è fatto carne, “si è fatto ebreo”; la cultura è un fatto sociale. Il messaggio della Rivelazione si presenta sempre rivestito di un “involucro culturale” dal quale è indissociabile, poiché ne è parte integrante. Del Verbo che si è fatto carne (e cultura) in un ambito specifico e definito della storia umana non si può realizzare un’altra incarnazione o un altro “venire al mondo”. L’incarnazione del Logos che, allo stesso tempo, è anche un’inculturazione, attiva semmai processi che potremmo definire di acculturazione, caratterizzati da rapporti “tra carne e carne” e tra cultura e cultura.



Una prima modalità di incontro con il Signore, quindi, è quella di “andare a Nazareth”, cioè compartecipando al medesimo ambiente vitale. Una strada senza dubbio preclusa per noi che ci troviamo a migliaia di anni e di chilometri di distanza da quegli avvenimenti. Nella seconda modalità, quella scelta dal Verbo per affermare l’universalità della sua azione salvifica, è invece Lui che, partendo da Nazareth, raggiunge ogni uomo, in ogni tempo e ovunque esso si trovi. La comprensione del Verbo incarnato avviene attraverso un processo di traduzione, un trasferimento con il quale una cultura si avvicina, si confronta, si intreccia e si traspone in un’altra.

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Teologi e antropologi sono concordi nel definire la cultura come l’insieme di significati e valori condivisi da un gruppo. Che cosa mi spinge a inventare linguaggi, espressioni, segni e simboli? Il desiderio di vincere il mutismo, di accorciare le distanze, di superare la lontananza che c’è tra me e l’altro, per cercarlo e comunicare con lui. Nel linguaggio cristiano diamo a questa forza reale che muove un uomo verso un altro uomo un nome che ci è quanto mai famigliare: amore. La Chiesa è un’esperienza di gruppo, una tessitura di uomini e donne che condividono un insieme di valori e significati che nascono dalla comune accoglienza di Cristo.

Evangelizzare le culture, inculturare la fede

Paolo VI scrisse che «la Chiesa esiste per evangelizzare», coniando l’espressione «evangelizzare le culture». Il Regno annunciato dal Vangelo è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura e la sua costruzione non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti e non ingabbiati nelle diverse culture, il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma si rivelano capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna.

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Speculare alla evangelizzazione delle culture è l’inculturazione del messaggio della fede. Una Chiesa particolare diventa veramente tale nella misura in cui diviene effettivamente locale, incarnandosi nella cultura di un determinato popolo. Il cristianesimo, dunque, non può coincidere con l’interpretazione che ne ha dato la cultura europea e che ha generato i “nostri” cristianesimi. Per questo, constatando oggi l’esaurirsi di un certo cattolicesimo occidentale tipico della cristianità post–tridentina, possiamo affermare che la fine di questo assetto socio–ecclesiale non coincide (e non coinciderà) con la fine del cristianesimo.

​​ La “rottura” culturale

All’interno dell’esperienza biblica esiste un elemento di tensione che è tutt’altro che trascurabile. Consideriamo, ad esempio, la figura di Abramo: in obbedienza a Dio, egli vive un esodo culturale, una presa di distanza dai valori di riferimento del suo gruppo di appartenenza. La storia del “popolo di Dio” comincia con un’adesione di fede, che è anche una rottura culturale con gli idoli prodotti dalla cultura pagana. L’inculturazione della fede richiede l’esercizio permanente di un rigoroso discernimento alla luce del Vangelo.

Da una parte l’incontro delle grandi civiltà con la fede cristiana testimonia che la penetrazione del Vangelo non ha impedito loro di conservare una propria identità culturale (basti pensare al cristianesimo siriaco, armeno e latinoamericano). Anzi, il meglio della loro cultura è stato consolidato, esaltato, conservato – quasi eternizzato – dal lievito del Vangelo che hanno accolto. Dall’altra parte, per esaltare questi elementi positivi insiti nelle diverse matrici culturali, l’incontro con il Vangelo ha costituito per quelle culture anche una “spoliazione”. Si tratta di un’azione profetica che non provoca solo la responsabilità dei pastori, ma coinvolge anzitutto i laici che, a motivo della loro dignità profetica e della loro indole secolare, sono corresponsabili dell’evangelizzazione capillare della cultura.

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​Le tensioni nella modernità

La dinamica della penetrazione del Vangelo nelle culture non avviene per assorbimento spontaneo, ma incontra resistenze, opposizioni, vere e proprie tensioni. Si è detto che il rapporto Chiesa–mondo riesce a fatica a trovare un equilibrio. Talvolta la Chiesa si trova a essere “sotto” il mondo, cioè perseguitata, oppure “sopra” di esso, come è avvenuto in un certo modo di intendere ed esercitare il potere clericale. In una cultura possiamo distinguere ciò che ne è la sostanza (i valori fondanti) da quelle che sono, invece, semplici manifestazioni di tale sostanza. Tra queste ultime, troviamo l’economia, l’arte, la scienza e la filosofia. Quando all’interno di questi campi culturali si verificano delle tensioni, esse possono risolversi senza arrivare a intaccarne la sostanza. Tuttavia, se le tensioni aumentano oltre una certa soglia, si può giungere a una messa in discussione dei valori fondanti e, di conseguenza, a un mutamento sostanziale della cultura.

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Con l’inizio dell’epoca moderna abbiamo assistito al mutamento di tutti i valori fondanti del “mondo antico”. Se questi ultimi, infatti, erano riconducibili alla serie “religione–gruppo–logica cultuale”, il paradigma valoriale della modernità può essere descritto nella nuova serie “scienza/economia–individuo–logica scientifica e strumentale”. Valori che, se assunti in senso assoluto, appaiono in netto contrasto con il cristianesimo. Quasi che la cultura fosse giunta a “sconfessare” il Vangelo, opponendosi alla logica e alla dinamica dell’evangelizzazione.

Una situazione di tensione che, purtroppo, ha portato il cattolicesimo a reagire secondo due modalità “perdenti”: l’apologetica e il fondamentalismo di ritorno. Abbiamo assistito a una fase in cui tutta la cultura sembrava dipendere dal primato della filosofia e nella quale la Chiesa si sforzava di dimostrare che Dio non disturba il pensiero filosofico e che è conoscibile con i mezzi della ragione. Poi, è stata la volta del sapere scientifico, quindi della ricerca storica, con la preoccupazione di dimostrare come il racconto biblico non sia mera mitologia, ma risulti verificabile sulla base delle ricerche storiche, archeologiche e letterarie. Infine, la fase legata alle scienze umane, quali la sociologia, la psicologia e la psicanalisi.

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Porsi in questa prospettiva, significa implicitamente attribuire il primato all’uomo e alla cultura, ponendo Dio solo in seconda battuta (e, talvolta, escludendolo del tutto). Da questo limite strutturale dell’apologetica deriva la reazione opposta, quella del fondamentalismo. In esso assistiamo al tentativo di riaffermare il primato di Dio, ribadendone i principi religiosi e i valori etici. Una strategia, però, che non riesce a scostarsi da un piano meramente formale e che, spesso, si palesa come una volontà di dominio sulla società, nel disperato tentativo di recuperare il sogno di una cristianità ormai perduta.

​ Il “divorzio” tra fede e cultura

Ormai da alcuni decenni assistiamo in Europa a uno “scontro culturale” non solo tra la Chiesa e il laicismo, ma anche all’interno del cattolicesimo stesso, a causa del le diverse correnti e delle differenti sensibilità socio–culturali. Solo per citare un esempio, è risaputo che per Paolo VI l’esito del referendum sul divorzio del 1974 fu un vero shock. Se da un lato si aveva l’evidenza di come l’Italia fosse da sempre una nazione cristiana, dall’altro, quella sconfitta faceva emergere un diverso scenario: o gli italiani non erano più cattolici oppure i cattolici italiani non erano come li pensavano i pastori. Una dissociazione tra pratica religiosa e vissuto quotidiano che provoca una profonda riflessione.

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​La secolarizzazione: non solo perdita

Qual è stato, dunque, l’errore nell’evangelizzazione negli ultimi secoli? Correndo il rischio di un’eccessiva semplificazione, possiamo azzardarci a sostenere che l’approccio errato è consistito nel ritenere il Vangelo come “una cultura di valori da insegnare e inculcare in altre culture”. Una strategia fallimentare, in quanto la cultura non può essere considerata un’astrazione e il Vangelo non può essere ridotto a “schede di valori” elaborate a tavolino.

Esso è Parola viva portata e testimoniata da persone altrettanto vive. Così come non esiste cultura senza popolo, non può esistere Vangelo senza uomini e donne di fede.
L’evangelizzazione e l’inculturazione non possono mai sfociare in una mera estirpazione di valori culturali non corrispondenti al Vangelo. Per superare gli steccati che storicamente ne hanno limitato l’azione verso l’esterno, lo sguardo della Chiesa verso il mondo dovrà abbandonare il sospetto e la contrapposizione, creando invece una “simpatia” nel modo di accostarsi alle culture. In questo, risulta ancora più che attuale il criterio di discernimento culturale assunto dai Padri della Chiesa che può essere sintetizzato così: tutto quello che del mondo non mi separa da Cristo è mio. Il ruolo attuale dei credenti è quello di promuovere, in una società di potere e di denaro, ciò che non si può inculcare e imporre, ma solo suggerire e proporre nella gratuità. Ciò che, appunto, ci strappa all’indifferenza, all’avidità e alla derisione. Definire l’esperienza religiosa come simbolica e integrale non significa affermare che essa sia anti–logica o a–logica. Ogni processo di inculturazione della fede contiene l’appello alla ragione che chiarisce e decodifica l’esperienza. E questo è il ruolo della teologia e del pensiero cristiano.

Diocesi di Mantova
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