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24 gennaio 2021

La parola di Dio: cuore di ogni attività ecclesiale

Riflessione del vescovo Marco in occasione della Domenica della Parola

DI Marco Busca
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Due anni fa papa Francesco ha avuto l’intuizione di dedicare la terza domenica del tempo ordinario all’ascolto, alla riflessione e alla celebrazione della Sacra Scrittura, istituendo la Domenica della Parola di Dio. Una scelta che manifesta una particolare preoccupazione pastorale, in quanto da numerosi suoi insegnamenti emerge la convinzione che «non siamo più in un regime di cristianità, perché la fede – specialmente in Europa – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune» (Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2019). Con i suoi predecessori Francesco condivide la percezione della profonda crisi di fede che stanno attraversando le società occidentali. Una crisi dalla quale neppure gli stessi cristiani sono immuni. Anch’essi, scossi dalle traversie del momento storico, mettono in discussione il loro bagaglio di fede o, in maniera meno esplicita, lasciano che i riferimenti della tradizione ecclesiale si dissolvano progressivamente, giudicandoli insignificanti e senza alcuna utilità pratica.


Un intiepidimento generalizzato della fede che, abbinato agli scarsi frutti raccolti dalla nostra azione missionaria, ci porta a interrogarci sulle ragioni di questa apparente sterilità pastorale. Di certo ve ne sono parecchie e non tutte risultano facilmente identificabili nella loro complessità ma, nella nostra ricerca, possiamo lasciarci provocare da alcuni interrogativi. Se, come insegna l’apostolo Paolo, la fede nasce dall’ascolto della Parola, la nostra pastorale riesce a creare occasioni di contatto e scoperta del Vangelo? E, di conseguenza, quanto la Parola di Dio innerva l’azione delle nostre comunità cristiane? 

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Papa Francesco ribadisce con insistenza l’importanza che i fedeli coltivino una «familiarità» con la Parola di Dio e che la Scrittura sia «accessibile» a tutti. Eppure, nonostante i passi avanti compiuti in questa direzione, persiste un analfabetismo biblico. Si continua a pensare alla Bibbia come a un libro riservato agli specialisti, non adatto alla lettura personale, ma da avvicinare solo con la mediazione del sacerdote o del biblista esperto. Certo, nella genesi di questa “distanza” riveste un peso non indifferente la traiettoria storica del cristianesimo, soprattutto di quello cattolico. Infatti, se è vero che nelle comunità dei primi secoli l’ascolto della Parola era pervasivo della vita ecclesiale e costituiva una mensa comune per tutti i battezzati, nei tempi più vicini a noi la Bibbia ha progressivamente perso importanza, sia in ambito catechetico che in quello liturgico. Dalla celebre affermazione di san Girolamo secondo cui «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», si è giunti alla situazione polemicamente descritta da Paul Claudel all’inizio del Novecento: «Il rispetto dei cattolici per la Sacra Scrittura è senza limiti, ma esso si manifesta soprattutto con lo starne lontani». 

Fortunatamente, il cammino ecclesiale dell’ultimo secolo, culminato nel Concilio Vaticano II, ci ha aiutato a riscoprire la Sacra Scrittura come il “libro del popolo di Dio” che, insieme, la ascolta, la interpreta e la applica alla vita. Papa Francesco ci ricorda che essa deve essere una porta aperta a tutti i credenti e chiede ai pastori di renderla accessibile alla propria comunità (Aperuit illis, 5). Non si tratta di aggiungere qualche incontro di formazione biblica, ma di fecondare con la Parola di Dio tutta la nostra pastorale: «è indispensabile che la Parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale» (Evangelii Gaudium, 174). 

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Diversi livelli di evangelizzazione

Perché l’annuncio evangelico divenga l’anima di tutta l’azione pastorale delle nostre comunità, possiamo far nostro il suggerimento del pontefice, che immagina più livelli di evangelizzazione. 

Il primo è quello della lettura personale, che raggiunge chi si riconosce nella comunità cristiana e partecipa assiduamente alla sua vita con il desiderio di crescere nella fede. Per tutti i credenti, dal bambino del catechismo fino all’anziano, è decisivo prendere in mano la Bibbia per una lettura quotidiana. Ci si può dedicare all’approfondimento di un singolo libro, così come alla lettura dei brani offerti dalla liturgia del giorno. Lo si può fare tenendo fisicamente il volume tra le mani, utilizzando i sussidi presenti sul web o, addirittura, le app sviluppate per i telefoni cellulari. 
Il metodo è semplice: si invoca lo Spirito Santo e ci si affida alla sua guida. Si legge lentamente il testo, sapendo che dietro ogni parola c’è il Signore che si rivolge personalmente a chi lo ascolta. Non si tratta di cercare informazioni su Dio, ma di lasciarsi condurre a un incontro con Lui che, attraverso la Parola letta, ci raggiunge nel cuore della vita. La scoperta graduale della Bibbia apre il cammino a un nuovo rapporto con il Signore, che è fonte di consolazione, di illuminazione del pensiero, di orientamento per le decisioni da prendere, di perseveranza quando siamo assaliti da dubbi e preoccupazioni. Iniziare la giornata assaporando il gusto della Parola trasfigura gli incontri, il lavoro e i fatti che accadono.

C’è poi una lettura familiare della Parola, degli sposi in coppia e dei genitori con i figli. Ne bastano piccole dosi: il versetto di un Salmo come benedizione prima della cena, il Vangelo domenicale per preparare la partecipazione all’Eucaristia, un breve brano come momento di preghiera negli incontri tra amici, anche on line. In questi mesi di isolamento stiamo imparando a scoprire che la nostra casa costituisce una “piccola chiesa”, in cui la famiglia fa esperienza dell’incontro con il Signore, anche attraverso i suoi linguaggi semplici e domestici. 

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Così, nelle case dei cristiani, la Bibbia potrebbe trovare un posto di riguardo: aperta e ben visibile, posta accanto a un’immagine sacra, nell’angolo bello dedicato alla preghiera. In questa prospettiva, la rubrica Vivere la Domenica, che troviamo sul sito della diocesi, dà voce ai sacerdoti e alle famiglie delle nostre comunità, che ogni settimana offrono spunti per un ascolto della Parola personale e domestico. 

Allargando un po’ lo sguardo, pensiamo poi ai consolidati cammini di lectio divina e ad altre esperienze di ascolto del Vangelo in piccoli gruppi nelle case. Come i gesti spiccioli di familiarità creano un clima di buon vicinato, così i legami fraterni si approfondiscono quando ci si ritrova attorno al Vangelo. Ciascuno è arricchito dalle intuizioni che la Parola genera negli altri membri del gruppo, facendo crescere la stima per i fratelli e le sorelle e sperimentando come Dio «opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).

Il luogo più appropriato per proclamare la Parola è, però, la liturgia. Mai la Bibbia è così efficacemente Parola di Dio come quando essa risuona nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica. Cristo stesso è presente nella sua Parola, anzi, è lui stesso a parlare. 

La comunità dei cristiani ritrova la sua identità nell’ascolto della medesima Parola e tutta l’assemblea la accoglie “come un corpo solo”. Presiedere la liturgia è uno dei compiti fondamentali dei presbiteri e comporta l’accurata preparazione dell’omelia.

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Infatti, solo chi ascolta la Parola come rivolta a sé stesso, può farsene annunciatore presso gli altri, secondo la raccomandazione di sant’Ambrogio: «Si riempie chi legge molto e penetra il senso di ciò che legge; e chi si è riempito può irrigare altri». Quando sono i diaconi permanenti a tenere l’omelia, il loro annuncio è arricchito dall’esperienza di essere sposi, padri e professionisti. 


Parecchie comunità propongono la Liturgia delle Ore, pregando le Lodi e i Vespri accanto alla celebrazione eucaristica. In questo modo l’assemblea cresce nella familiarità con i Salmi, che sono la più efficace “scuola di preghiera”, in quanto capaci di trasmettere parole e sentimenti ispirati, adatti a esprimere la lode, la supplica, la benedizione, l’adorazione e il pentimento.

In questo contesto, ricordiamo il prezioso servizio offerto dai lettori, che proclamano la Parola di Dio nell’assemblea liturgica e si sono formati a questo ministero. Consapevoli del loro compito e della responsabilità che esso comporta, preparano la proclamazione leggendo in anticipo i testi, ascoltandoli e meditandoli personalmente, per poterli poi annunciare con il dovuto rispetto, dando pieno valore al significato delle parole. Pertanto, in questa Domenica della Parola è auspicabile prevedere la consegna del mandato ai lettori, come segno e valorizzazione del loro ruolo a favore della comunità.

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La pastorale ordinaria dei sacramenti offre molte altre occasioni in cui porre al centro la Parola di Dio. Penso ai percorsi di preparazione al matrimonio, che possono essere conformati a partire dal ricco lezionario biblico indicato dal rituale. Anche il rito della penitenza contiene una preziosa indicazione, purtroppo ancora ampiamente sottostimata, circa la proclamazione di un testo scritturistico in occasione della confessione individuale. Il sacerdote dovrebbe proporre alcuni versetti, ma nulla vieta che sia il penitente stesso a condividere un brano a partire dal quale ha esaminato la propria coscienza e compiuto la revisione vita. Illuminata dalla Parola di Dio, la Riconciliazione assume tutto il suo significato sacramentale di incontro con la potenza rigeneratrice della Pasqua, mentre si correggono i rischi di moralismo e psicologismo di una confessione centrata solamente sui peccati e sui problemi del penitente. 

Anche nel contesto della vita quotidiana la pastorale può offrire occasioni propizie per rimettere al centro l’annuncio della Parola. Ad esempio nella veglia funebre, quando la circostanza particolare di lutto e di provocazione sul senso della vita terrena può aprirsi all’annuncio della Parola di vita eterna, che vince ogni morte. Penso, poi, ai riti di benedizione durante la visita alle famiglie e nelle ricorrenze legate ai ritmi e agli ambienti di lavoro. Il Benedizionale prevede una vasta gamma di formulari con testi scritturistici e preghiere di sapore biblico. Senza dimenticare la tradizionale preghiera del Rosario, la Via Crucis e gli altri gesti della religiosità popolare (devozioni, processioni, tridui), che vanno costantemente accompagnati dalla proclamazione biblica, per conservarne il carattere di incontro con il Signore Gesù morto e risorto. 

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Venendo a occasioni più specifiche, mi pare particolarmente felice quella degli esercizi spirituali nella vita corrente, da vivere in tre o cinque giornate, soprattutto la sera e con ritmi sostenibili per coloro che sono impegnati nel lavoro. Sono sempre di più le parrocchie e le unità pastorali che li propongono. In essi, partendo da un tema o da un libro della Scrittura, si struttura un percorso di meditazione che aiuta le persone a custodire la Parola lungo la giornata. Così molti scoprono che è possibile conciliare la preghiera con i numerosi impegni giornalieri. 

Belle sono anche le iniziative, come quelle curate dall’Apostolato Biblico, che prevedono la lettura integrale e continuata della Bibbia, l’approfondimento di uno dei libri che la compongono o la presentazione di qualche itinerario mediato attraverso l’arte e l’approccio figurativo.

Anche i catechisti e gli educatori alla fede stanno trasformando il loro metodo, nella prospettiva del passaggio da un modello di catechesi nozionistica ad esperienze e testimonianze di fede e carità, con al centro il Vangelo. Con la consapevolezza che bambini e ragazzi sono dotati di una intuizione particolare nell’ascolto del Vangelo: se “tradotto” in un linguaggio adeguato, il suo messaggio non risulta troppo difficile né troppo lontano per loro. Non a caso Paolo, esortando il giovane Timoteo, gli ricorda: «fin dall’infanzia conosci le Sacre Scritture». E prosegue: «Tutta la Scrittura è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3,14-16). 

Sono molteplici anche le attività educative svolte nei gruppi di adolescenti e giovani che si offrono come spazi privilegiati di annuncio della Parola, declinato nei percorsi antropologici della vita affettiva, della ricerca di senso, del sostegno nelle fragilità, della profezia e dell’impegno sociale. Un esempio fra gli altri: l’esperienza del “Campo Bibbia” proposta in ambito scoutistico, consistente in alcuni giorni di studio e vita comunitaria, residenziale e mobile, incentrata sulla Parola di Dio.

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Far entrare più in contatto con la Bibbia le giovani generazioni è un impegno prioritario per tutti noi e sono convinto che anche i Gruppi, le Associazioni e i Movimenti ecclesiali – benché si ispirino a carismi particolari e seguano percorsi formativi loro propri – si debbano sentire provocati a ritornare sempre alla centralità della Scrittura. La sinergia pastorale di tutto il corpo ecclesiale consentirà in questo modo alla Parola di Dio di incarnarsi e diffondersi sempre più nel tessuto della Chiesa locale.

​ La Parola al centro del cammino sinodale

Una Chiesa sinodale è una Chiesa che valorizza la partecipazione attiva, la condivisione dei pareri, la corresponsabilità di tutti nelle decisioni che riguardano la vita della comunità e la sua missione pastorale. Questa co-azione è finalizzata a creare non tanto nuclei di consenso intorno alle opinioni delle diverse correnti interne, quanto centri di accordo e di comunione da parte dei membri della comunità che, mettendosi sotto l’autorità della Parola di Dio, si riconoscono in alcune intuizioni e decisioni unitarie. Ogni riunione dei vari organi collegiali (consiglio pastorale e degli affari economici, gruppo ministeriale, equipe educativa…) non dovrebbe solo aprirsi con un testo della Parola, ma dovrebbe essere condotta secondo la mentalità di fede tipica dei discepoli del Vangelo.

Un cerchio più largo rispetto alla pastorale ordinaria riguarda coloro che, pur essendo battezzati, vivono un’appartenenza debole o selettiva rispetto alla comunità parrocchiale. Essi sono i destinatari di un “secondo annuncio” (o “nuovo annuncio”) della fede. Nella gran parte di loro, infatti, non si palesano chiusura e ostilità ma, anzi, traspaiono un’attesa e un desiderio che non possono trovarci impreparati nel momento in cui vengono alla luce. 

Vi sono, inoltre, delle soglie da curare, alle quali le persone giungono spesso loro malgrado. Pensiamo ai luoghi del dolore umano, quali gli ospedali, le strutture socio-assistenziali e quelle detentive. Ricordo, al termine di una visita presso l’ospedale psichiatrico giudiziario, l’invito della direttrice a cogliere l’importanza della presenza della Chiesa in questi ambienti, non solo come testimonianza di carità, ma anche per favorire una lettura esistenziale della Parola che possa aiutare questi fratelli e sorelle, segnati da profonde ferite a causa del male fatto e subito, a intraprendere cammini di guarigione nello spirito, per giungere a essere salvati nei livelli più profondi della loro coscienza. 

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Non dimentichiamo, poi, le circostanze di lutto, di malattia grave e, più semplicemente, i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli o che si trovano a partecipare agli incontri nei percorsi di iniziazione cristiana dei ragazzi. In questi casi l’approccio è kerigmatico. Si va dritti al cuore del messaggio dell’amore fedele di Dio manifestato nel dono di Gesù, che già è presente al confine con le esperienze umane della fragilità, della affettività, della generatività e della ricerca del senso. 

Infine, non per ultime né come ultima spiaggia, ma semmai come primo porto dal quale prendere il largo: le povertà, come luoghi privilegiati di evangelizzazione

Papa Francesco ci richiama con parole forti a non far mancare l’annuncio della Parola ai poveri. «La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede» (Evangelii Gaudium, 200). 

Nei “Centri di ascolto” e nelle “Opere segno” della Caritas la pratica della solidarietà umana si approfondisce in fraternità spirituale, inventando anche forme semplici di annuncio del Vangelo. Ricordo la visita piacevole ad una comunità che prevedeva per gli ospiti “L’Angolo dell’Anima”, in cui ogni settimana si condivideva una frase del Vangelo a cui tutti, non solo i cattolici, partecipavano attivamente.

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La Bibbia è per tutti

La Bibbia è per tutti, anche per chi non conosce o non riconosce Gesù come Figlio di Dio e Signore. Senza scivolare nel proselitismo o nel fanatismo religioso, prendiamo l’iniziativa di annunciare la Parola, insistendo «al momento opportuno e non opportuno» (2 Tim 4,2). Il filosofo Massimo Cacciari definisce la Bibbia come «il Grande Codice della cultura occidentale» che, oltre alle radici greco-elleniste e latine, possiede un fondamentale substrato biblico. La Bibbia è stata per la nostra cultura molto più che un testo-base che ne ha influenzato la tradizione religiosa e letteraria. Essa ha conformato la nostra forma mentis, in quanto troviamo tracce del messaggio biblico nelle cattedrali, nei monasteri, nelle scuole e nella letteratura popolare. Da sempre, la presenza diffusa dei simboli biblici ha ispirato intellettuali, scrittori e artisti. Nella storia e nella cultura europea c’è molta più Bibbia di quel che immaginiamo. L’invito a scoprire questo patrimonio di valori e significati viene dagli stessi uomini di cultura che, come Cacciari, sono dell’idea che la Bibbia «andrebbe studiata nelle scuole».


Gli insegnanti di religione cattolica di ogni ordine e grado svolgono, in questo ambito culturale, un’importante mediazione dell’annuncio. Rappresentano un avamposto della Chiesa nel pluralismo culturale, nella misura in cui il loro insegnamento riesce a presentare i contenuti oggettivi della rivelazione cristiana e fa entrare in contatto con il Vangelo, con finalità culturale e non confessionale. E il Vangelo non è mai lettera morta, soprattutto quando il docente unisce alla competenza e alla conoscenza la testimonianza di una vita che incarna ciò di cui parla. 


Questo tempo di arresto, ripensamento e verifica è certo una buona opportunità per sognare la Chiesa di domani ma, perché il sogno possa prendere forma reale, è necessario iniziare a prendersi cura delle generazioni più giovani (dalle giovani famiglie ai loro bambini), impegnandoci a offrire una evangelizzazione che, abbandonati alcuni modelli del passato di cui oggi riconosciamo i limiti (nozionismo, moralismo, clericalismo…), attinga vitalità dalla sorgente inesauribile del Vangelo, che è la Persona stessa di Cristo, via, verità e vita.

Diocesi di Mantova
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