Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Cristo Re dell'universo

La vera regalità sta nel servire

L'esempio di Gesù ci invita a diffondere misericordia e pietà

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In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Non sembra si stia celebrando la regalità del Figlio di Dio. Gesù è stato condannato a morte nel modo più atroce possibile: la crocifissione, un supplizio riservato agli schiavi, ai sovversivi, agli stranieri. L’umiliazione durava per tutto il tempo che il condannato rimaneva appeso alla croce, tra atroci sofferenze, vilipeso da tutti gli astanti.

Cosa c’è di regale in tutto questo? Certamente nulla, se confrontiamo l’esperienza di Gesù con quella di Davide, riconosciuto e acclamato da tutte le tribù di Israele come re (2Sam 5,1-3). Dunque dovremmo vedere i fatti sotto una luce diversa da quella umana, che ci porta ad ammirare chi ha avuto successo, fama e onori. Infatti, quando Pilato chiede a Gesù se sia lui davvero il re dei Giudei, Gesù risponde: «Sì, tu lo dici, io sono re», ma aggiunge: «Il mio regno non è di questo mondo».
Gesù si proclama re non per ricevere onori da chissà chi. Al contrario si proclama re per entrare in quella morte, allo scopo di affrontarla e vincerla. Gesù decide di accettare la volontà del Padre, cioè quella di essere offerto in sacrificio per portare la salvezza a tutti gli uomini, con  il dono della propria vita. È proprio nel supremo atto di amore di Gesù che si può riconoscere la sua vera regalità: quella di un re che non vuole dominare, ma servire il suo popolo.
Ma chi poteva allora comprendere una regalità del genere? Certamente non i sacerdoti, gli scribi e i farisei che lo avevano condannato per motivi religiosi; non Pilato, non la folla, non i soldati. Dobbiamo soffermarci sul dialogo tra Gesù e i due malfattori appesi alla croce. Uno dei due lo insultava, ma l’altro aveva intuito che la morte in croce di Gesù era il segno di qualcosa di grande.
Chi riesce a comprendere veramente la regalità di Gesù è proprio questo malfattore crocifisso vicino a lui. In quel momento drammatico aveva intuito che la morte in croce era solo la prima tappa della manifestazione della sua regalità. La seconda tappa sarà quella della manifestazione della sua gloria nel giorno ultimo. Davanti a Cristo che muore, tutti siamo colpevoli; perdoniamoci e perdoniamo, rivestiamoci della compassione di Cristo. L’amore del nostro Re divino sia nella nostra vita e ci guidi a diffondere i suoi doni di misericordia e pietà, ci aiuti ad amarlo nei nostri fratelli perché il suo regno venga attuandosi nella nostra compassione e comprensione di uomini.


Le letture della solennità di Cristo Re dell’Universo: 2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43.

Diocesi di Mantova