Commento al Vangelo

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6ª domenica tempo ordinario

Le beatitudini: la felicità consiste nell'essere santi

Per raggiungere la salvezza bisogna seguire l'esempio di Gesù nella vita quotidiana

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In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Gesù ci invita a sederci attorno a lui, come buoni discepoli, e a tendere le nostre orecchie. La folla lo cerca non solo perché fa miracoli ma perché nessuno ha mai parlato come parla quest’uomo. Tutti lo ascoltiamo volentieri anche dopo duemila anni, la sua parola è attraente, ma «il mondo ci porta verso un altro stile di vita» (Gaudete et exsultate, 65).
Papa Francesco, nella sua ultima esortazione apostolica sulla chiamata alla santità, di fronte alla domanda: «Come si fa per arrivare a essere un buon cristiano?» dice che la risposta è semplice: «È necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini» (Gaudete et exsultate, 63) e aggiunge: «La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”».
Le categorie di Gesù rimangono sempre fuori dalla logica umana. Ora si rivolge a noi con le parole «Beati voi poveri» e avvertiamo tutto lo stridore di questa beatitudine che non ha alcun senso se non ci fosse la promessa del regno di Dio associata alla vita beata. Quando parliamo di povertà questo non ci deve far subito pensare alle prediche di Natale sul consumismo o all’aver fatto diventare i sacramenti l’occasione per ricevere le mance e i regali.
Gesù dice di sé che «è stato mandato dallo Spirito Santo per portare il lieto annuncio ai poveri» (Lc 4,18). Perché scegliere i poveri e la povertà? Credo che questo riferimento ci spieghi molto bene cosa voglia dire povertà per noi cristiani. Non si parla di indigenza o precarietà, ma c’è una povertà più profonda che è quella del cuore, e poiché è la prima beatitudine, essa è la chiave per il regno di Dio. La ricchezza, al contrario, chiude, mette il cuore “sotto chiave”, ci rende avari non solo di cose ma anche di sentimenti. Chi confida nelle proprie ricchezze, chi si affida alle proprie sicurezze, non è in grado di alzare lo sguardo al cielo per dire “grazie” o di abbassare lo sguardo a terra per riconoscere la propria impotenza.
Chi è povero ha fame, chi è povero piange, chi è povero è deriso, non c’è niente di beato in tutto questo, eppure Gesù ha scelto di venire povero tra noi e di «non ritenere un privilegio l’essere come Dio». È lui tutta la nostra «ricchezza a sufficienza», come pregava san Francesco, perché avere la grazia di conoscerlo e seguirlo in questa vita è già la nostra ricompensa.
Le letture della 6ª Domenica del Tempo ordinario: Ger 17,5-8; Sal 1; 1 Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26.

Diocesi di Mantova