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Centro Missionario

«Ricomincio dall'Etiopia», nuova Chiesa da scoprire

Don Sandro Barbieri scrive da Addis Abeba, in attesa di prendere servizio ad Abol

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Don Sandro Barbieri si trova ad Addis Abeba, dove si sta preparando per andare nella parrocchia di Abol. In una lettera, pubblicata sul settimanale "La Cittadella" del 22 aprile, racconta le sue prime impressioni, tra fatiche di tutti i giorni e sorprese continue. Il servizio nella comunità locale partirà ufficialmente la prossima estate: la sua testimonianza sarà pubblicata periodicamente sul nostro portale diocesano, nella sezione dedicata al Centro Missionario. 

Mi sembra di essere tornato in Seminario. Giornate regolari, scandite dai tempi della preghiera e dello studio. Tranquillità, talvolta anche monotonia. La vita “fuori” non è così “normale”. Dopo 25 anni di vita di parrocchia, tornare in Seminario mi fa effetto.
Sì, da un mese vivo nel seminario della diocesi di Gambela in Addis Abeba (Etiopia). Insieme a Abba Bareki, sacerdote salesiano etiope che svolge il ruolo del “rettore educatore”, insieme a un diacono - Joseph - che aspetta il nuovo vescovo di Gambela per essere ordinato sacerdote, insieme a sette seminaristi, la promessa del futuro per la diocesi di Gambela che conta ben dieci sacerdoti! In questo seminario ogni tanto arrivano i preti diocesani di Gambela: perché devono affrontare delle spese consistenti (ad Addis Abeba si trova di tutto, non così a Gambela), perché devono sistemare delle questioni burocratiche, perché si prendono una settimana di “riposo”, perché vengono a trovare i seminaristi. Così piano piano riesco a conoscere anche i preti con cui collaborerò. Nella diocesi di Gambela non sono tanti, poco più di una decina: non impiegherò molto a conoscerli. Sono però quasi tutti più giovani di me: il vicario generale ha 41 anni e solo don Matteo Pinotti (sacerdote mantovano da anni qui in Etiopia) è più vecchio di me di qualche anno e don Giorgio che ne ha 75.
Girando per le strade di Addis Abeba si incontra una popolazione veramente giovane. Certo, ci sono anche gli anziani: nella lingua amarica per loro è riservata una forma di rispetto, come il nostro “lei” o “voi” di una volta. Anch’io sono trattato con molto rispetto: servito per primo, salutato con riverenza, quasi “venerato” perché sono prete. Anche quando cerco di essere trattato come uno degli altri (non mi sono mai piaciute le formalità e i privilegi), non sempre vengo capito e apprezzato: allora torno al mio posto. Per le strade vengo guardato continuamente: sono chiamato “farangi”, cioè straniero di colore bianco, e talvolta anche “ciaina”, cinese perché sono piccolo di statura e chiaro. Sono davvero in un altro mondo!
Non nascondo che sto facendo fatica: ero abituato a una vita confortevole, con un “nome” stimato e conosciuto, con tante amicizie e relazioni. Adesso vivo in modo molto spartano, ma lo sarà ancora di più nella futura parrocchia di Abol dove andrò in agosto. Diversi giorni manca l’acqua per lavarsi, oppure manca l’elettricità per diverse ore, oppure non c’è internet per un mese intero (e quando c’è è debolissimo tanto da non scaricare e-mail ed immagini nei siti). Poi la Quaresima qui si fa sul serio: niente carne, né pesce, né uova, né formaggi, tutti i giorni! Solo pane, pasta, verdure! Per fortuna dura solo 40 giorni, ma non so quanto mi aspetterà in più dopo.
Non sono abituato a vivere sobriamente e, soprattutto, non sono abituato a essere considerato ricco. Tutti ti fermano e ti chiedono soldi: tu sei bianco, sei europeo, quindi sei ricco. Mi avevano messo in guardia: tu sarai considerato un bancomat! Ed è difficile in certe situazioni dire di no. Ad Addis Abeba la povertà la vedi e la tocchi ogni giorno: non quella che incontri in Italia in qualche situazione di disagio e in qualche straniero! Se ci fa star male quello che vediamo in Italia (ma ci fa ancora stare male?), venite in Etiopia! Ma soprattutto si vede l’enorme diversità tra i pochi che stanno bene come noi e i molti che vivono in maniera povera.
Eppure tutti in qualche modo si danno da fare per sopravvivere. Ogni mattina, andando a scuola (da “ricco”, portato in macchina con un autista), vedo i fiumi di persone che si riversano nelle strade, facendo file chilometriche per prendere un mezzo pubblico (e non vi dico come sono) e raggiungere un “posto di lavoro” dove lo stipendio è di 1900 bir (60 euro) e si pagano 1500 bir per un “garage” in lamiera dove si vive (senza bagno, acqua e luce). E questo è quanto prende la nostra cuoca mensilmente, e credo la paghiamo anche bene! La vita non è sicuramente cara come da noi: mi posso permettere le mie amate patatine fritte (veramente buone, non surgelate ma tagliate e fritte sul momento) a soli 5 bir (20 centesimi di euro) o una buona birra etiope a 15 bir (poco più di mezzo euro) o un buon caffè etiope a 5 bir. Ma mi sembrano precari i servizi che ritengo fondamentali: ad esempio, solo due volte in un mese ho sentito suonare e passare un’ambulanza!
Certo, per uno che viene dall’Europa, tutto questo suona veramente strano. Ma nel contempo sto scoprendo tante altre cose che ci sono in Etiopia: sette seminaristi, quindi una speranza di crescita per la Chiesa cattolica che in Etiopia non è neanche l’1%; una fede ancora viva in tutta la gente, a qualunque religione appartenga (l’Etiopia è il paese più “religioso” e il 99% si dichiara credente in Dio); un fortissimo legame con la tradizione e la propria origine linguistica o etnica; un grande senso dell’accoglienza e dell’ospitalità; un grande “orgoglio” di essere etiopi e di voler crescere e riscattarsi.
Continuamente mi viene chiesto di “ascoltare” e di non fare confronti e giudizi: l’Etiopia non è solo quello che appare e si può vedere. Occorre molto tempo per ascoltare, osservare, riconoscere, entrare nel cuore di questo popolo e di questa nazione. Quanto ho scritto finora è già invece fare un confronto, esprimere un giudizio: sono partito col piede sbagliato da subito! Ma non ho voluto cambiare l’articolo, facendo vedere che sono già bravo e capace di ascolto: sarei  davvero ipocrita.
Chiedo pertanto a me stesso, e anche a voi, di cominciare ad avere tempo per ascoltare e conoscere, per “andare oltre”. Partendo dalla ricchezza di Chiesa che porto e portiamo dentro (ma anche i suoi limiti), proviamo a incontrare una chiesa gemella, quella di Gambela in Etiopia, con i suoi punti di forza e di debolezza. Insomma, devo ritornare in seminario, ricominciare da capo, rimettermi in cammino. E sia.

Diocesi di Mantova
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