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Santi e devozioni

DI Michele Garini

Esplorando per la prima volta la soffitta della parrocchia, mi imbattei in un piccolo esercito di statue, ricoperte di polvere e ragnatele. Statue di santi, naturalmente.


Santi rimossi, quasi epurati. Vittime di un malinteso spoils systempostconciliare in cui, alla preziosa riscoperta della Parola e del rito liturgico, ha corrisposto l’accantonamento dei destinatari della “vecchia devozione”. Per loro non c’era più posto nella navata e sugli altari, vittime di chi aveva inteso come alternativo ciò che avrebbe dovuto essere complementare. Ora, l’approssimarsi di una duplice solennità legata al culto dei santi, quella del patrono Anselmo e, il giorno seguente, quella di san Giuseppe, ci provoca a riprendere in mano il tema. Certo, racchiudere in un unico insieme devozioni, culti e pratiche di pietà popolare è un’operazione rischiosa. Basti pensare a come, variando i contesti e le latitudini, ne mutino i significati e le manifestazioni. Ma neppure i santi sono tutti uguali. Alcuni appaiono universali, conosciuti e venerati in tutta la Chiesa, come Giuseppe.. 

Lasciando da parte analisi antropologiche e sintesi magisteriali, mi limiterò ad alcune semplici suggestioni, di tono famigliare. Del resto, è san Paolo stesso a definire i cristiani «concittadini dei santi e famigliari di Dio» (Ef 2,19). E i santi vengono di frequente  chiamati “gli amici di Dio”.

È evidente come, per essere devoti di un santo, non sia necessario conoscerne dettagliatamente biografia e bibliografia. Il loro culto è più legato alla materia e alle immagini, che non alla dimensione verbale, alla parola scritta. Statue e dipinti, santini e oggetti da indossare, reliquie e corpi incorrotti prendono il posto di trattati, omelie e regole spirituali. 

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Non è una comprensione anzitutto razionale o teologica del santo e della sua dottrina a istituire il legame con esso. Del resto, di Giuseppe non si sa molto, tranne i pochi episodi evangelici e le loro estensioni apocrife. Di Anselmo, ben pochi mantovani sono a conoscenza della complessa vicenda intrecciata tra riforma religiosa e affari di stato. 

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Questo non significa relativizzare il rito, la dottrina e l’organizzazione ecclesiale. Ma è come se, talvolta, l’esperienza di fede chiedesse di uscire dallo schema, dal prefissato e dallo stabilito, manifestando un bisogno di emozione, sentimento, espressione libera e immediata. 

Un po’ come in una famiglia non è tutto organizzato, non ci sono solo decisioni razionali, non è tutto funzionale a qualcosa, ma irrompe anche l’improvvisazione, lo slancio, il moto dell’anima e del cuore, il desiderio del corpo.

Concittadini, amici, famigliari di Dio, dunque. La prossimità dei santi ci fa sentire come i fidanzati che vengono presentati alla famiglia e al gruppo di amici dell’altro. Voler bene a una persona, infatti, non ci autorizza ad amarla “da isolata”, ma significa entrare nella sua famiglia e nel suo mondo. Amare Cristo e vivere il nostro rapporto con lui significa, allo stesso modo, entrare nella sua famiglia, sentirsi legati a tutti coloro che condividono la sua eternità. È questa la comunione dei santi. 

Diocesi di Mantova
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