Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

5ª domenica di Pasqua

Stare con Gesù è una necessità per tutti noi

Per portare frutto dobbiamo liberarci da ciò che non è necessario

C:\fakepath\8-vangel.jpg

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

In questi giorni ho avuto l’occasione di ascoltare dal vivo un nutrito gruppo di genitori dei bambini che partecipano agli incontri di catechesi in parrocchia e sono rimasto colpito dal fatto che per molte famiglie non c’è, durante la settimana, neppure un giorno in cui si possano ritrovare tutti insieme a tavola per i pasti. Com’è difficile oggi coltivare relazioni profonde e significative, anche in famiglia!
Nel Vangelo della 5ª domenica di Pasqua, che ci presenta l’immagine della vite e dei tralci, per ben sette volte ritorna il verbo “rimanere” (menein in greco). Nel linguaggio comune e nel nostro immaginario questo verbo assume spesso una connotazione negativa perché può richiamare l’immobilismo, l’adeguamento allo status quo, la staticità che impedisce il cambiamento. Nel Vangelo di Giovanni, invece, indica un evento dinamico: coltivare e mantenere viva la relazione con Gesù.
L’immagine della vite e dei tralci rimanda al cantico della vigna del capitolo 5 di Isaia, un testo che esprime la delusione dell’amante (Dio) che ha circondato di cure e di attenzioni la sua amata rappresentata dalla vigna (il popolo di Israele), e mentre si attendeva che l’amore fosse ricambiato, ha sperimentato il rifiuto. Come nel rapporto di coppia o di amicizia è necessario curare, coltivare la relazione per mantenerla viva e sempre nuova, pur nello scorrere del tempo, così avviene nell’esperienza della fede, che, secondo il Vangelo di Giovanni, viene identificata nel rapporto vivo del discepolo con Gesù. Quando Gesù dice: «Rimanete in me e io in voi» (15,4), è come se dicesse: “Coltivate la relazione con me, in modo che io, attraverso lo Spirito, rimanga in voi e così la mia vita possa vivere in voi”.
Nell’anno pastorale che stiamo portando a termine, il vescovo Marco Busca ci ha invitato ad accogliere il dono della vita nuova ricevuta nel Battesimo: il discepolato, la sequela di Gesù si attua anzitutto dedicando cura al rapporto vivo con lui. La nostra fede infatti non è un’ideologia e il nostro impegno di discepoli non si riduce al fare delle opere da noi stessi: la fede è accoglienza del dono della vita nuova in Cristo e la vita cristiana è portare frutto lasciando che lo Spirito di Gesù operi in noi.
Le parole di Gesù sono molto radicali: «Senza di me non potete far nulla» (15,5). Come Gesù non fa nulla da sé, ma vive nell’obbedienza di amore verso il Padre, non dice nulla da sé, ma dice le parole che ha ascoltato dal Padre, così anche noi, senza il rapporto vivo con Gesù non possiamo fare nulla. Per portare frutto, quel frutto che il Padre si attende da noi, dobbiamo accettare anche la potatura, la spoliazione libera e vissuta per amore dai nostri protagonismi, dal nostro iperattivismo che spesso rimane sterile, dal considerarci indispensabili. Solo se accettiamo questa continua purificazione la nostra vita nella comunità cristiana a poco a poco viene liberata dalle logiche del potere e dei rapporti di forza e dalla tentazione di piegare il “noi” all’“io”.
Le ultime parole del brano: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (15,8) ci ricordano che la vita cristiana è un cammino in cui, strada facendo, si impara a diventare discepoli, a diventare cristiani. Poveri noi se ci considerassimo già arrivati a una fede matura! Ignazio di Antiochia, dopo una lunga vita di servizio e di santità, mentre era condotto al martirio, disse: «Ora incomincio a essere discepolo» (Lettera ai Romani V,3).

Le letture della 5ª Domenica di Pasqua: At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8.

Diocesi di Mantova