Notizie e approfondimenti

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Da 'La Cittadella'

Una sofferenza da condividere

L'editoriale del dottor Renato Bottura

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Condividiamo - grazie alla redazione del settimanale diocesano - l'editoriale pubblicato su 'La Cittadella' di domenica 22 marzo.


Una sofferenza da condividere, questa è la forza della tenerezza

Di Renato Bottura


Signor Coronavirus, ti scrivo una lettera. Lavoro da 41 anni come medico geriatra in una grande casa di riposo di Mantova, la Fondazione Mazzali. Guardiamoci in faccia, tu giovane virus rampante, velocissimo, contagiosissimo, apparentemente neppure così cattivo (si dice che uccidi tre persone su 100 che infetti). La tua arma principale infatti è infonderci paura, a volte panico, altre terrore. Ma sia la paura, sia il panico, sia il terrore appartengono al tuo “regno del male”. Noi però vogliamo accasarci nel nostro “Regno del Bene”.
Ma come faccio a intravedere luce dove ci sono solo tenebre? Speranza dove c’è disperazione? La tua forza, Signor Coronavirus, è proprio quella di scoperchiare le nostre fragilità di fede, di forza fisica e mentale, di speranza vera e matura. E ancor più di dividerci. E sembra che tu ci stia riuscendo.
E allora che ci resta? Qualcosa ci resta! E cambia tutto. Ci resta la carità, quella che la Parola definisce «la più grande delle tre». La carità e la tenerezza ci stanno salvando. Infatti la solitudine dei vecchi sta diventando per chi è a casa l’opportunità ulteriore di dire un Rosario in più, di fare una telefonata all’amica lontana, di ascoltare la Messa del Papa al mattino... I vecchi sanno trovare fiori dal letame.
C’è un altro aiuto potente che il Signore ci dona: la preghiera per gli altri. Ho preso il cellulare e ho mandato a tutte le suore, ordini religiosi, amici e amiche di fede che conosco l’implorazione di pregare per gli straordinari operatori della salute e per i malati infettati (ma anche gli altri!). Ho ricevuto risposte gioiose, disponibili, una tenerezza di preghiera vera, costante, sicura, abbondante. Questa è la forza della tenerezza!
Ci manca anche il contatto fisico con il malato: mascherine, guanti, divisioni spaziali... Si scopre la potenza del corpo, che non parla solo con le parole, ma con i gesti, gli sguardi, i sorrisi, le battute, gli ammiccamenti, qualche risata per sciogliere l’ansia reciproca. Tutto ciò è tenerezza.
Ieri, in reparto, vedendoci lavorare insieme, aiutandoci, confortandoci a vicenda, ci siamo sentiti una cosa sola: condividere la sofferenza insieme ne cambia il senso.
C’è poi la tenerezza di migliaia di sanitari in Italia, specialisti negli ospedali, nelle rianimazioni, volontari di ambulanze o che portano la spesa a casa agli anziani soli, che non guardano l’orario del cartellino ma il bisogno di chi soffre. E poi ci sono gli appuntamenti delle 12 e delle 18 sui davanzali a cantare, abbozzare una danza, esporre bandiere, salutarsi, a liberare quell’italianità generosa fatta anche di leggerezza e allegria.
Ci stiamo attrezzando bene: la tenerezza sta, pian piano, sottotraccia, riannodando legami, sprigionando solidarietà ed empatia a distanza, tirando fuori il meglio di noi. La sua forza è silenziosa, leggera, rispettosa ma, come i fiumi carsici, avanza sotterranea e inesorabile, già rinfrescando e nutrendo le nostre radici di un cuore che sta trasformandosi da pietra a carne. Ecco la tua vera sconfitta, Signor Coronavirus.

Diocesi di Mantova
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