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Vocazioni: tre disillusioni

Riflessione a partire dall’omelia della Messa Crismale del vescovo Marco


Pare quasi ironico mettersi a riflettere e a pregare per nuove vocazioni nella nostra Chiesa mantovana, quando, di per sé, più di un anno di pandemia ha messo sul piatto tutta un’altra serie di problemi pastorali ed ecclesiali.


Ironico perché forse pensiamo di non essere “al top” come Chiesa e come parrocchie in questo momento, che le vocazioni siano un privilegio di quelle comunità che, quanto prima, riescono a stare bene

Ma quanto siamo veramente aderenti a Cristo nel nostro agire pastorale?

Il vescovo Marco, nell’omelia della Messa del Crisma, ha ricordato a noi presbiteri che “l’agire pastorale di Gesù è consistito nel chiamare persone che incontrava nei luoghi della loro vita ordinaria, prospettando loro un orizzonte di promessa”. 

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Un orizzonte nuovo dentro l’ordinario, dunque: non ha donato, ai suoi discepoli e alle persone che ha incontrato, solo ciò di cui avevano bisogno (cibo, guarigione, ascolto – oggi noi potremmo dire: celebrazioni numerose, Grest fatti come una volta, visite e pasti nelle case…) ma ha prospettato loro un contesto rinnovato, che è quello del Regno.

Lo ha prospettato proprio in un tempo di difficoltà. “Più che un settore specifico della pastorale – dice sempre il Vescovo Marco – (una pastorale della chiamata) è il senso della missione stessa della Chiesa: chiamare e convocare nel Regno”

In tempi luminosi e in tempi oscuri sempre “il nostro agire pastorale passa attraverso l’azione del chiamare”. In questo senso non possiamo temere che non sia il tempo opportuno per dedicarci alle vocazioni, fosse anche la prima volta che ci mettiamo a “chiamare” veramente qualcuno. 

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Un’altra disillusione sulle chiamate, se la prima è pensare siano esclusive solo di comunità in forma, è credere che vadano rivolte

​esclusivamente a persone in forma.

“I destinatari del programma messianico di Gesù sono uomini e donne dalle promesse deluse”. Sono gli πτωχοὶ (ptokòi, poveri) i destinatari di Gesù, letteralmente “coloro che si rannicchiano”. Quante vite rannicchiate di giovani e meno giovani transitano nelle nostre parrocchie, quante sono invisibili, mascherate dal benessere. 

Gesù “è venuto a riattivare in loro (i poveri) la speranza che la promessa avrà un compimento” e così anche noi, di chiamata in chiamata, dalle più semplici a quelle più strutturate, siamo allo stesso modo chiamati a “condurre le persone all’ascolto di una chiamata”.

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Se il carico ci sembra troppo pesante significa che siamo sulla strada giusta.

Dio infatti non ci tratta come degli studenti discreti, ma si fida di noi nelle responsabilità, consapevoli e inconsapevoli, in cui ci inserisce. E se anche noi non ci sentiamo più di tanto in forma dobbiamo semplicemente affidarci al potere di Cristo; infatti “la vita di ciascuno porta incisa una promessa di Dio che resta incomprensibile e incompiuta, come sigillata, finché il Cristo non ne dischiude il senso” e questo vale proprio per tutti. “Solo lui (Cristo) può presentarsi alle coscienze e pro-vocarle dicendo: Io sono il tuo principio e il tuo compimento”.

Cerchiamo di vivere in un’urgenza che non è quella del ritorno al glorioso (davvero?) 2019, ma che è quella di tornare alleati allo sbocciare della vita di giovani rannicchiati. 

Dio chiama ciascuno per nome: questa chiamata ci appella a metterci in piedi. L’uomo che ha incontrato Dio sta di fronte a lui come ad un interlocutore, esce dalla povertà (essere rannicchiato) ma solo perché dentro ad essa ha imparato ad ascoltare una voce liberante, o è stato aiutato a farlo da una figura significativa all’interno della propria comunità. 

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“Nessun cristiano può accettare che tanti ragazzi gradualmente si spengano, parcheggiati sulle piazze, senza poter intravvedere il carattere promettente delle loro vite e delle loro giornate, forse anche perché nessuno li ha ancora chiamati a lavorare nella vigna”. 

Terza disillusione vocazionale:

​chiamare qualcuno non è un atto eroico.

Non è solo e tanto una grazia personale, di un individuo che trova la strada per arruolare qualcuno nella comunità, nel presbiterio o altro: la chiamata è anche un contesto vocante.

“In una Chiesa vocazionale tutti siamo animatori vocazionali” e non si tratta solo di fare squadra. 

Serve intendersi sul dono: è come quando un amico viene a trovarti per cena e porta una bottiglia di vino da stappare. Può portarti semplicemente una bottiglia costosa, sfoggiando la sua disponibilità economica. Oppure può portare un vino che è legato ad un ricordo della sua vita, un’esperienza, che mentre stappate la bottiglia ti racconta. Assaporando il vino tu non entri solo nel gusto del vino, ma nel gusto della vita dell’altro e l’assapori come qualcosa di prezioso. 

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La stessa cosa vale per la nostra vita comunitaria: che cosa rimane del gusto dei nostri incontri personali con il Signore quando incontriamo i nostri “rannicchiati”?

Se accogliamo la vita che viene da Dio e, attraverso di noi, la condividiamo con gli altri, è più possibile un annuncio efficace e gustoso. 

Infatti, ci ricorda sempre il vescovo Marco, “la pastorale vocazionale passa per le realtà concrete e quotidiane. I percorsi specifici che la Diocesi mette in atto sono buoni ed utili complementi, ma non sostituiscono la promozione vocazionale capillare che è l’anima di ogni attività pastorale svolta nelle nostre comunità”, e che spesso le comunità stesse dimenticano o di cui non si sentono responsabilizzate. 

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Concretamente è possibile trattare di questi temi per ore eppure, parlando di chiamata, avremo sempre la sensazione di trovarci di fronte ad un mistero. Tuttavia è proprio abbassando le difese del controllo pastorale e del riproporre sempre “il solito”, che questo mistero prende forma inaspettatamente e nell’ordinario.

Uno degli studenti del beato Pino Puglisi dice di essere stato toccato dalla grazia attraverso questo prete che passeggiava lungo i corridoi durante gli intervalli e rispondeva alle domande dei ragazzi. Confida che davanti a quest’uomo tutto d'un pezzo non si poteva che restare affascinati dalla forza del suo sacrificio. Questo termine gli si addice non solo per il coronamento della sua vita nel martirio ma – come ricorda l’etimologia da sacrum facere – per la sua capacità di 'rendere sacre' le vite che incontrava a partire dall’ultima in ordine di tempo, quella cioè del suo assassino, a cui ha sorriso quasi per dirgli silenziosamente “tu sei molto di più di quello che stai per fare a me”.

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Dunque è proprio così: “animazione vocazionale è rendere sacre le vite delle persone che avviciniamo e che vorremmo aiutare ad unirsi nel migliore dei modi a Dio per scoprire il loro dono e realizzare la pienezza di una vita promettente”. 

A tutti noi che siamo poco in forma e che ci troviamo davanti, sempre più spesso, persone rannicchiate, rimaniamo con il Signore e diciamogli sì! 

Le storie degli eroi sono piene di pagine giovanili in cui le loro gambe “si sono mosse da sole per salvare qualcuno”. 

Speriamo allora che un giorno noi, che non siamo eroi, possiamo avere nella memoria dei chiari momenti in cui il nostro sì a Dio ci ha tenuto svegli, ci ha scosso, fuori dalle comodità – perché certe fragilità non amano i movimenti bruschi. 

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Che i nostri possano essere l’arma vincente per portare Cristo alle vite dei fratelli e delle sorelle che Lui stesso mette sul cammino nostro e su quello delle comunità in cui viviamo. 

Il nostro sì “è come una colonna attorno alla quale la libertà volteggia con leggerezza, sapendo di avere stabilità anche nei giorni inevitabili di luce diminuita e di entusiasmo infiacchito”

Diocesi di Mantova
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