Estate
Non un parcheggio, ma un'esperienza vera di Chiesa
Francesco Freddi
25 Maggio 2026
Mentre i genitori iniziano a fare i salti mortali per incastrare i tempi del lavoro con la fine delle scuole, le nostre parrocchie si riempiono di vita. Centinaia di adolescenti indossano una maglietta colorata, perdono la voce a furia di cantare sotto il sole, già assonnati dopo settimane di preparazione in oratorio, e decidono di dedicare le loro intere giornate, in modo del tutto gratuito, ai bambini più piccoli. Questo è il Grest. Visto da fuori, all'occhio di un passante distratto, potrebbe sembrare solo un grande, chiassoso e comodissimo parcheggio estivo. Ma è davvero solo questo? Un semplice servizio di intrattenimento a buon mercato per tappare i buchi del calendario famigliare?
Se proviamo a grattare sotto la superficie del gioco e dell'animazione a tutto volume, scopriamo una realtà enormemente più profonda, che ci interpella tutti. Pensiamo, ad esempio, a cosa accade prima che i cancelli dell'oratorio si aprano ufficialmente. Esistono momenti preparatori, dalla presentazione del Grest alle formazioni nelle comunità, dai ritiri per gli animatori agli incontri diocesani, che ci svelano il vero volto di questa complessa avventura. Non si tratta di organizzare un semplice raduno o di fare un po' di addestramento tecnico per intrattenere i bambini, ma di vivere la celebrazione di una comunità in cammino che si prende cura dei giovani e dei piccoli.
In una società che ci spinge a correre sempre più veloci, a performare a tutti i costi e a pensare ognuno per sé, il Grest fa una scelta radicale, persino anacronistica: si ferma per rimettere al centro le relazioni, il gioco e il servizio. Quale altra proposta educativa riesce, oggi, a convincere i nostri ragazzi a mettere da parte gli schermi degli smartphone per sporcarsi le mani in un unico, grande progetto vocazionale ed educativo? Quale altra realtà educativa e comunitaria rende protagonisti e responsabili gli adolescenti in questo modo?
Le motivazioni che spingono questi giovani a mettersi in gioco ci pongono delle domande. C'è innanzitutto il bisogno vitale di condividere la gioia. Ritrovarsi fisicamente per sprigionare l'energia contagiosa che solo chi vive l'oratorio possiede non è banale evasione. In un mondo che spesso restituisce alle nuove generazioni un'immagine cupa e incerta del futuro, l'oratorio scommette sul far sì che la gioia diventi il nostro linguaggio universale di pace. A questo si aggiunge la necessità di fare squadra: costruire legami saldi tra animatori e responsabili, tra giovani generazioni e adulti, è il contesto ideale per farlo. E poi c'è la sfida di cercare un senso, sfuggendo alla superficialità per entrare in profondità e lasciarsi accompagnare attraverso riflessioni, discussioni e momenti di preghiera pensati proprio per chi dovrà educare.
Ecco svelata la grande sfida pastorale. Il Grest diventa così un cantiere aperto in cui l'umanità e la fede dei ragazzi si intrecciano in modo spontaneo. Il cammino di preparazione non ignora la dimensione spirituale, ma la valorizza, culminando spesso in momenti di forte respiro comunitario, come un'intensa veglia o una grande celebrazione eucaristica. Non stiamo parlando di una verniciata di sacro su un evento puramente laico, ma del cuore stesso di un'esperienza che offre la possibilità ai ragazzi di conoscere il volto accogliente della Chiesa.
E noi adulti? Che ruolo giochiamo in questa dinamica così vitale? Un'esperienza del genere lancia una provocazione chiara alle nostre parrocchie. Abbiamo urgente bisogno di comunità disposte a fare spazio, di educatori e genitori capaci di mettersi al fianco di questi ragazzi per sostenerli. Serve la presenza rassicurante di adulti disposti ad affiancarli con discrezione, vigilando sulla loro crescita e sulle loro fatiche senza mai cedere alla tentazione di sostituirsi a loro.
Alla fine, se lo guardiamo con gli occhi giusti, il Grest si rivela per quello che è: oltre la festa, un'esperienza di Chiesa. E allora, la domanda che dobbiamo farci non è quanto sia coreografico il balletto finale o quanto sia stato utile il servizio, ma piuttosto: stiamo davvero offrendo ai nostri giovani l'occasione di sentirsi vivi, testimoni e protagonisti del Vangelo? Siamo pronti a meravigliarci davanti alla loro instancabile generosità, riconoscendo insieme a loro che, in fondo, "qui è vera letizia!"?