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1 febbraio

"I bambini al centro"

Il messaggio del vescovo Marco in occasione della Giornata per la vita

Marco Busca

30 Gennaio 2026

Domenica 1° febbraio 2026 si celebra la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, promossa dalla CEI: un appuntamento che richiama l’attenzione di tutta la comunità sul valore inviolabile della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

Il tema scelto per il 2026, Prima i bambini!, è un forte richiamo alla responsabilità personale e collettiva di mettere al centro i più piccoli, i più fragili, coloro che non hanno voce ma hanno diritto a essere accolti, amati e protetti.

Di seguito il messaggio del vescovo Marco Busca per questa occasione.

In questa giornata dedicata alla vita nascente poniamo ancora una volta al centro i bambini e la loro educazione familiare, scolastica e comunitaria.

Nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi nel 2019, si parla della tutela dei diritti fondamentali dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione, all’educazione e all’assistenza, quale dovere della famiglia e della società. Nel contempo si condanna qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti e si considera come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia. Una dichiarazione che fa eco al monito evangelico: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Gesù si esprime in un contesto culturale in cui ai bambini non venivano riconosciuti i medesimi diritti degli adulti, eppure il Maestro li eleva a modello del vero discepolo a motivo di alcune delle loro caratteristiche, come il lasciarsi accudire da altri senza imbarazzo, il ricevere con semplicità le cure degli adulti corrispondendovi come moltiplicatori di gioia e di leggerezza, l’intuire con il cuore le cose essenziali della vita, l’aspirare a relazioni immediate e autentiche.

Il rispetto per la sacralità della vita del bambino

Riconoscere i diritti e affermare la personalità dei bambini in tutti gli ambiti dell’universo sociale significa esprimere una visione rinnovata – recepita anche in molti ordinamenti legislativi degli Stati democratici – che superando il tradizionale approccio di stampo paternalistico lascia spazio a una solidarietà intergenerazionale che valorizza l’apporto dei bambini come cittadini attivi e significativi per il convivere sociale in termini di vitalità, affettività, ma anche prospettive di pensiero e di futuro.

Le conquiste della civiltà umana sono misurate e sigillate dal sentimento del rispetto per la sacralità della vita del bambino – soprattutto per i suoi inizi – e dalla dedizione generosa e gratuita per assicurargli degne condizioni di vita e di sviluppo della personalità, affinché sia libera, matura e felice.

Una collettività che pone al centro l’attenzione per i piccoli sviluppa un paradigma della cura sociale che saprà accogliere tutti i fragili e trova soluzioni alle marginalità potenziando la rete di fraternità solidale.

Purtroppo, ancora oggi esistono diritti negati per gli interessi degli adulti e di coloro che usano in senso strumentale le vite dei bambini. I contesti di guerra sono l’esempio evidente di come i bambini siano le vittime collaterali delle logiche dei grandi: piccole vite spezzate, portano le conseguenze della guerra nel corpo perché affamati o mutilati, negli affetti perché rimasti orfani, nella mente perché privati per lunghi periodi di istruzione scolastica, nella coscienza perché obbligati a combattere come soldati.

Prendersi cura dell'infanzia

Non si chiede il permesso ai figli se vogliono o meno venire alla luce. La vita è un atto “posto” in essere (e per certi versi “imposto”) da qualcun altro. Si diventa consapevoli della vita solamente dopo anni in cui la si vive in modo spontaneo. Ci auguriamo e ci impegniamo perché tutti i piccoli possano avere le prime percezioni della vita nel suo carattere promettente, come un’avventura che rimane positiva anche quando bisogna affrontare eventi difficili a cui i giovani vanno preparati. L’ingresso consapevole nella vita chiama in causa gli adulti.

La stagione dell’infanzia eredita come dono le prime forme del bello, del vero, del bene e prepara al compito della stagione che seguirà. Non possiamo addossare ai piccoli il compito così gravoso di imparare a vivere da soli con il “fai da te”. Occorre che chi ha trasmesso la vita biologica trasmetta anche le prime parole che la rendono sensata e desiderabile e non cupa e temibile. Molto dipende da come i piccoli fanno esperienza delle pratiche elementari del vivere: essere nutriti, lavati, accarezzati, coccolati, consolati. L’età infantile (infans è chi non sa ancora parlare) è recettiva di parole, racconti, stimoli che accendono l’immaginazione, le emozioni, i suoni, i gesti, le prime parole. I bimbi sono al centro di attenzioni che li aprono a percepire la vita come gioco, relazioni, un universo che stupisce.

Tutti siamo educatori

Il diritto alla vita è strettamente collegato al diritto di ricevere i beni che rendono bella e desiderabile la generazione umana: la casa, gli affetti, la parola, l’educazione. Quest’ultima non è appannaggio di esperti. L’educazione, in quanto introduzione pratica al vivere insieme, è ovunque e sempre. Con diversa intensità tutti abbiamo il potere di porre azioni in sé stesse educative o diseducative. Per questo è urgente riscrivere modelli e patti educativi integrati tra la famiglia, la scuola e la società civile e la comunità cristiana, che mettano davvero al centro il bambino.

Per farlo, occorrono adulti autorevoli, non perfetti ma affidabili, che facciano sperimentare alle nuove generazioni che sono al sicuro nelle mani dei “grandi”, che non li possiedono ma li proteggono, da cui dipendono ma in vista di acquisire autonomie e volare laddove la vita li chiama.

Nell’odierno contesto culturale, due genitori seri e con una buona proposta educativa non bastano più a garantire lo sviluppo armonico e libero di figli che nascono in un mondo più complicato e insidioso rispetto a quello del passato. Non pochi genitori manifestano la loro impreparazione di fronte a un compito che non si può improvvisare. È vero, in effetti, che in molti casi le crisi educative non dipendono da errori gravi dei genitori, ma dalla somma di piccole posture disfunzionali che nel tempo rendono più fragile la loro azione educativa. Ci sono genitori, ad esempio, che interpretano male il loro ruolo in quanto confondono l’amore e la cura dei figli con il benessere e i beni materiali.

C’è bisogno di accompagnamento e formazione. Dobbiamo reagire alla solitudine educativa dei genitori, talvolta anche compensando alcune lacune, ma senza sostituirci al loro compito educativo. Possiamo immaginare una “scuola artigianale per genitori” che possa fornire alcuni strumenti per aiutarli ad assumere con più convinzione e consapevolezza il loro ruolo che rimane “originario” e “originale”. Sono loro i primi formatori dei figli. Possiedono il dono innato di alfabetizzarli alla vita più di ogni altra figura “terza”. Nessun nonno, insegnante o catechista potrà mai rimpiazzare un padre o una madre assenti.

La comunità cristiana educa

In occasione della Giornata della Vita, in questo Anno Aloisiano che mette al centro la figura di san Luigi Gonzaga patrono della gioventù, possiamo “sognare insieme” una rinnovata alleanza educativa tra comunità cristiana e civile, associazioni sportive, istituzioni deputate all’istruzione e alla tutela dei diritti dei bambini.

È nel codice genetico della comunità cristiana occuparsi di educazione. Basti pensare alla fantasia dei secoli passati nell’inventare scuole, oratori, associazioni e istituzioni a protezione di madri a rischio e di minori abbandonati o sfruttati. Con molta riconoscenza vogliamo apprezzare il servizio di tante realtà ecclesiali che mettono al centro delle loro attenzioni il primato dei bambini.

Con il Tavolo dell’Età Evolutiva, la Fondazione Mantovana Educazione e Infanzia, la FISM e gli insegnanti di Religione ci siamo posti la domanda sul diritto dei bambini a ricevere un’educazione spirituale fin dai primissimi anni di vita, che rappresentano una sorta di “stagione mistica” in cui il contatto con il divino è immediato, semplice, simbolico, vitale. L’obiettivo è di non privare i bambini dagli 0 ai 6 anni del diritto ad essere evangelizzati. Entro i primi tre anni di vita accadono le registrazioni fondamentali che lasciano tracce permanenti nella personalità. Far arrivare il messaggio della fede in età scolare significa arrivare alla mente e alla coscienza del bambino con grande ritardo.

Trasmettere l’esperienza della fede non è solo il dovere dei genitori, ma dell’intera comunità cristiana, chiamata a onorare l’impegno assunto verso i bambini nel giorno del battesimo: “La nostra comunità ti accoglie”. Le comunità cristiane – anche grazie all’aiuto competente delle scuole dell’infanzia – possono sviluppare metodi e modi nuovi per proporre una “evangelizzazione a misura di bambino”, adeguata all’età e ai vissuti attuali, come scriveva papa Francesco:

“L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (Amoris Laetitia n. 288).

A partire da questo materiale basico si potrà costruire la “fede in formato grande” dell’adulto; ma dal “vuoto” non è possibile rielaborare alcun significato. Non trasmettere nulla non equivale a lasciar più liberi i figli di scegliere da grandi quello che vorranno, ma lasciarli più soli nell’introdursi al delicato e meraviglioso compito di scoprire la vita.

La Diocesi di Mantova in questi anni ha sostenuto con convinzione la costituzione di una Fondazione Mantovana Educazione e Infanzia, che unisce alcune scuole dell’infanzia paritarie, il cui progetto si apre alle sfide del presente ed è orientato alla fiducia e alla speranza nel futuro. Si tratta di una nuova alleanza tra scuole, comunità cristiane, istituzioni pubbliche, famiglie, insegnanti e personale non docente orientata al bene integrale dei bambini e delle bambine. Al centro di ogni scelta e di ogni prospettiva, infatti, vi sono loro, veri protagonisti della vita delle famiglie, della scuola, della comunità cristiana e di quella civile. Tutti i soggetti dell’alleanza sono chiamati a fare la propria parte per costituire una grande comunità educativa.

Sempre più le scuole saranno “luoghi di comunità”, spazio privilegiato di formazione, ma anche di incontro con le giovani famiglie, porta di ingresso nella comunità cristiana, vivaio di relazioni preziose, generative di impegno per il bene comune.

Le scuole di ispirazione cristiana si rivolgono a tutti i bambini secondo l’antropologia cristiana, a quell’idea di uomo che ricaviamo dal Vangelo e che ha valore per ogni essere umano, al di là della fede professata. Essa, infatti, considera ciascuna bambina e ciascun bambino come una persona dotata di diritti, di talenti e di libertà, coltivandone le dimensioni affettiva, relazionale, spirituale e religiosa, guardando al bambino con ottimismo, come potenzialità di bene, ed educandolo alla fraternità.

Fa da sfondo al progetto di conservare le scuole di ispirazione cristiana la consapevolezza di essere immersi in una stagione di profondi cambiamenti, che possono generare nuove opportunità o far nascere forti resistenze. Come spesso si sente ripetere non viviamo in un’epoca di cambiamento, ma assistiamo ad un cambiamento d’epoca, e anche la riflessione sulla persona ha generato modelli educativi diversi e un pluralismo di metodologie didattiche. Da qui l’urgenza di vivere il nostro tempo, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni ma con invariata passione e intelligenza educativa.

Grazie

La Festa della Vita ci permette di rivolgere un ringraziamento ai genitori, che assecondano il desiderio di trasmettere la vita. L’Italia è preoccupata delle conseguenze di un inverno demografico. Penso che non avverrà un’inversione di tendenza alle culle vuote se non ci sarà nel contempo una “primavera della coppia” con la riscoperta di un progetto di vita insieme, appetibile e sostenibile, nella continuità degli affetti e dei legami.

Un ringraziamento altrettanto sentito va a tutte le figure educative che custodiscono la vita dei piccoli (nonni, insegnanti, insegnanti di religione, catechisti e animatori), ma il “grazie” più grande lo vogliamo indirizzare ai bambini, che sono i veri “angeli custodi” del mondo. Dove nasce un bambino una casa si rianima e una famiglia si riattiva. Il potere dei piccoli è quello di far rinascere sorrisi, voglia di vivere e speranze attive.

Durante il rito del battesimo un adulto (il padre o il padrino che collega la famiglia con la comunità) accende alla fiamma del cero pasquale la candela del bambino battezzato. Il celebrante rivolge questo augurio: “A voi, genitori, e a voi, padrini e madrine, è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che i vostri bambini, illuminati da Cristo, vivano sempre come figli della luce”. Sono due genitori a dare alla luce un figlio così che possa iniziare a vivere, ma dobbiamo essere in molti ad accendere una luce nei nostri bimbi perché abbiano voglia di continuare a vivere, e a farlo con gioia!

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