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Chiesa in Rete

Missionari digitali? Rischi e opportunità per i "preti social"

Una riflessione del direttore del Servizio diocesano per le Comunicazioni sociali

Giampaolo Ferri

11 Febbraio 2026

Si fa un gran parlare dei cosiddetti “preti social”, o come si diceva fino a qualche tempo fa influencer. Nel bene o nel male la testa e la pancia della comunità ecclesiale stanno a discutere attorno a questo fenomeno che, specialmente dal COVID in poi, è cresciuto esponenzialmente anche nel panorama italiano. Sono sempre di più infatti i preti che abitano i social, radunando attorno a sé migliaia di persone, specialmente giovani, che li seguono ogni giorno ed entrano in contatto con una Chiesa molto vicina al luogo in cui si trovano per la quasi totalità del loro tempo, cioè in Rete. Una Chiesa che per molti è l’unica conosciuta e “frequentata”.

Aldilà del luogo, i social appunto, nulla di nuovo sotto il sole. Spesso nella storia abbiamo assistito ad avanguardie del clero che hanno abitato territori non convenzionali per il loro tempo ecclesiale. Forse, anche spiritualmente ispirati, essi hanno osato varcare i confini classici della missione, per oltrepassare i fossati costruiti per difendere la comunità, e talvolta anche il loro stesso ministero. Chi scrive vuole credere che questi preti social possano essere riconosciuti anzitutto come avanguardie in territori nuovi, che per la Chiesa non possono rappresentare se non un ulteriore campo di missione nel quale annunciare il Vangelo. Sotto questo punto di vista il Magistero si è già abbondantemente espresso, e il tema dei missionari digitali non è più estraneo al discorso ecclesiale.

Tuttavia non mancano certo i rischi quando si abitano “mondi nuovi”, i cui linguaggi, il cui stile, le cui regole non sono esenti da pericoli, e sono talvolta lontani dalle logiche del Vangelo. Sembra doveroso ricordare come il narcisismo, il culto della persona, l’individualismo siano costantemente alimentati dai social, rischi dai quali nemmeno i preti sono esenti. Non mancano infatti esempi di questo tipo, che potrebbero, a lungo andare, portare più danni che vantaggi alla Chiesa e ai preti stessi.

Tuttavia questo non può fermare un processo che, in radice, sembra esprimere una nuova “carità” pastorale di molti preti, soprattutto tra quelli più giovani, che nei social non possono certo proteggersi, come i loro padri, grazie alla sacralità della liturgia, bensì si espongono alla critica, talvolta anche spietata, dinnanzi ai loro post. Nei social, comunque, devi metterci la faccia. E chi ci mette la faccia - su questo siamo tutti sostanzialmente d’accordo - è sempre degno di un pregiudiziale rispetto.

Ai teologi di professione l’onere della valutazione sui contenuti dei discorsi, ma ai vescovi l’obbligo del discernimento dinnanzi a queste nuove e creative pratiche pastorali dei loro collaboratori. Sembra almeno di poter concludere che questi preti richiedono un solido accompagnamento da parte della Chiesa, perché non siano mandati alla deriva e lasciati soli. La seduzione dei follower è forte per tutti e può “dare alla testa”, spingendo il singolo prete ad isolarsi dal clero a cui appartiene, in una sorta di “chiesa parallela”, più stimolante, creativa e promettente, ma non più la Chiesa cattolica, né tantomeno quella sinodale.

In uno studio pubblicato nel 2010, dal titolo Thy Kingdom connected, Dwight J. Friesen paragonava la Chiesa ad un grande “hub connettivo”, un’autorità “connettiva” sul modello di Google. L’autorità di questa Chiesa starebbe precisamente nella capacità di creare connessioni. I nuovi sacerdoti, secondo questo autore, possono essere definiti come «connective leaders». Ma non è esattamente questo che questi preti stanno cercando di fare? Creare appunto connessioni di senso, fino alla connessione con il Vangelo di Gesù? Forse che la pastorale tradizionale non dovrebbe fare lo stesso? Pur con le dovute attenzioni, probabilmente anche dalla rete abbiamo qualcosa da imparare. Ascoltando, valutando, agendo. Senza paura.

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