Vescovo

Lo Stemma Vescovile

Il Cielo azzurro con tre stelle d’oro

Il Cielo azzurro con tre stelle d’oro è un’immagine del Regno di Dio che è l’eterna comunione d’amore della Santa Trinità, rappresentata dalle tre stelle. Una stella è superiore alle altre: indica il Padre che è l’origine del Figlio e dello Spirito. Le tre stelle sono unite dai raggi che si toccano e rappresentano la comunione indissolubile delle tre Persone divine, l’una immanente all’altra: “il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10,38). La Trinità si apre sul mondo, in un’estasi d’amore, mossa dal desiderio di abbracciare l’umanità e di includerla nella sua vita di comunione. Il Padre è la fonte della vita da cui proviene ogni esistenza, grazie alla mediazione del Figlio Gesù: per mezzo di lui e in vista di lui tutte le cose sono state create (Col 1,16; Ef 1,10). L’umanità è chiamata ad accogliere in sé l’immagine del Figlio e ad estendere la presenza di Cristo in tutti i cuori, in modo che Dio sia tutto in tutti e si compia il suo Regno (1Cor 15,28). La Santa Trinità ha realizzato questo disegno di salvezza nell’incarnazione, nella Pasqua e nella Pentecoste. Il Regno è già venuto, sta venendo e verrà nel Giorno del Signore.

Le due onde

Le due onde rappresentano le due nature (divina e umana) di Cristo e la sua immersione pasquale nella nostra umanità peccatrice, profetizzata nel battesimo al Giordano. Nell’acqua, Gesù, ha assunto la veste corrotta del primo Adamo e ha lasciato la veste della sua figliolanza divina affinché i peccatori deponessero la disobbedienza del primo uomo per rivestirsi di Cristo, l’Uomo nuovo e perfetto. Le onde richiamano anche il fonte battesimale che è la nostra porta di accesso al Regno dei cieli. “Nessuno è mai salito al cielo”: per entrare nel Regno e vederlo bisogna rinascere dall’alto, da acqua e Spirito (Gv 3,3-5), accogliendo il dono del battesimo che ci immerge nella vita divina trinitaria, ci costituisce figli nel Figlio e fratelli e sorelle in Cristo.

L’albero rovesciato

L’albero rovesciato è immagine della Chiesa che affonda le sue radici nel Regno e svolge in terra la sua missione di misericordia invitando i piccoli e i peccatori ad entrare nel banchetto del Regno per le nozze di Dio con l’umanità. La Chiesa è nel mondo, ma non attinge la sua vita dal mondo: questo è il senso del capovolgimento della pianta. La Chiesa vive simultaneamente su due livelli: poiché è innestata sul Cristo risorto e riceve la linfa dello Spirito, pregusta già la vita definitiva del Regno; d’altra parte, siccome è inserita nel mondo, condivide le vicende degli uomini e dei popoli del suo tempo. È nel mondo il germe e l’inizio del Regno dei cieli, è il “sacramento” che manifesta, nel chiaroscuro della storia, la novità di vita inaugurata con la risurrezione di Cristo. I battezzati sono già cittadini del Regno: risorti insieme a Cristo, siedono con Lui nei cieli (Ef 2,6). La Chiesa ha le sue radici nel Regno, dove tutto è già compiuto, e ha le sue manifestazioni nel presente. Infatti, il resto dell’albero – il tronco e il fogliame – si sviluppa inferiormente, verso il mondo, dove la Chiesa si protende nella missione di annunciare il Vangelo del Regno sino agli estremi confini della terra. Nella misura del suo radicamento nei Cieli, l’albero della Chiesa è fecondo nell’annuncio del Cristo, nella missione, nella fraternità, nella testimonianza della carità e della giustizia. Tutta l’umanità – e non solo i credenti – possono raccogliere dall’albero della Chiesa questi “frutti gustosi”, a cui alludono i due simboli posti a lato: il melograno e la civetta.

Il frutto del melograno

Tra Cielo e terra è posto questo antico simbolo eucaristico, con allusione al rosso del Sangue di Cristo il cui sacrificio fruttifica nella comunione dei santi. Si può cogliere il riferimento alla Reliquia insigne del Preziosissimo Sangue di Cristo custodito lungo i secoli dalla chiesa mantovana nella basilica di sant’Andrea. Il melograno è anche immagine del Corpo di Cristo che è la Chiesa. La Chiesa si riceve come dono dall’alto, è aperta allo Spirito, proprio come il melograno che nella sua posizione apicale ha una corona aperta verso l’alto. Il frutto, poi, è spaccato verso l’interno perché sia visibile la molteplicità dei chicchi che contiene. Ogni seme ha la sua forma originale, come i membri del corpo ecclesiale, ciascuno con la sua vocazione personale, i propri carismi e doni per edificare la comunità. La quantità variegata dei semi del melograno è disposta in diversi settori interni, in un’armonia ordinata delle singole unità che compongono l’unico frutto. Il ministero del Vescovo è posto a garanzia dell’unità della Chiesa, del suo crescere ordinato nel rispetto delle differenze di sensibilità, nella valorizzazione del dono di ciascuno perché tutti i battezzati trovino nella comunità il loro posto e contribuiscano ad arricchire la comunione tra i credenti per poi testimoniarla nel mondo. Non a caso il simbolo del melograno è posto sulla “linea di contatto” tra il Cielo e la terra, a significare che il frutto della comunione che la Chiesa raccoglie quando celebra la liturgia, attraverso la missione dei cristiani, si inserisce nelle condizioni ordinarie della vita umana, specie grazie ai fedeli laici che esprimono il loro sacerdozio regale operando come lievito all’interno della pasta del mondo. Questi significati s’intrecciano, inoltre, con la storia mantovana segnata dalla figura della contessa Matilde di Canossa che è ricordata come la “Regina del Melograno”, infatti, in molte raffigurazioni postume, la vediamo con questo frutto in mano, quale simbolo dei cristiani uniti nella madre Chiesa che lei fu chiamata a proteggere.

La civetta

Coi suoi grandi occhi, che nella notte si dilatano e vedono anche nel buio, la civetta rievoca nella tradizione ecclesiale la vocazione dei “visionari”, di coloro che possiedono il carisma del discernimento per interpretare i segni della presenza del Regno anche nelle notti del mondo, solitamente i profeti, i vescovi e i monaci. I credenti non giudicano i fatti della vita solo con gli occhi dei giornalisti e dei sociologi, ma soprattutto con “l’occhio della fede” che si forma frequentando le Sacre Scritture nella preghiera e attingendo nella liturgia la luce dello Spirito. La fede ci dona la capacità di vivere secondo l’immagine vera dell’umanità e di “essere chiesa” secondo la visione di Dio. I battezzati sono profeti non perché sono degli indovini, ma perché riconoscono e distinguono ciò che è effimero da ciò che ha valore per l’eternità. I cristiani interpretano le tappe della vita terrena a partire dal traguardo finale. Il movimento è dal Regno alla Chiesa, dal Cielo alla terra, dall’eternità alla storia. Il Vescovo guida con sapienza la Chiesa di Dio che è affidata alla sua custodia pastorale, l’aiuta a leggere i segni dei tempi, a intercettare i bisogni attuali e i germogli che lo Spirito suscita. Soprattutto con la predicazione instancabile dell’Evangelo, richiama alle comunità la direzione del Regno. Suo compito è animare i processi per discernere le vie della missione nell’oggi, garantire che siano svolti in obbedienza allo Spirito e nell’accordo delle varie componenti ecclesiali. Come il frutto del melograno, anche la civetta è posta sulla linea di distinzione e continuità del Cielo e della terra, tra l’eternità e il tempo, a significare che la profezia dei cristiani non si esaurisce all’interno della Chiesa, è anche un servizio prezioso in favore dell’umanità che viene aiutata a interpretare il suo cammino storico, a valorizzare i segni del bene e della verità ovunque vengano suscitati dallo Spirito, a trovare strumenti efficaci per denunziare le ingiustizie, le scelte inique, per tenere deste le coscienze e preservarle dal rischio dei compromessi e dalle complicità con il male che assume forme e strutture inedite e variegate con il mutare dei tempi. Ma la migliore profezia che i cristiani possono esprimere in favore dell’umanità è la capacità di ispirare, con l’energia generativa dello Spirito, le creazioni positive nei vari campi delle scienze, delle arti, della cultura, della cittadinanza, della promozione umana perché tutto ciò che è vero, nobile e giusto sia apprezzato e si sviluppi (Fil 4,8).